Egli siede, attonito, sul divano. Lo sguardo è perso, le mani tremano, le gambe stanno accavallate, in segno di difesa. Vive rannicchiato, Egli, nel suo mondo di Cose e di Oggetti. Rannicchiato e impaurito, terrorizzato dalla morte, troppo vivo per lasciarsi andare ma non abbastanza per vivere davvero. Egli, non ci è dato sapere il nome, colleziona tutto ciò che incontra, che usa, che tocca, come a ricordarsi di aver vissuto, come a ricordarsi di esserci, ancora, nel mondo, nonostante tutto il resto dica il contrario.

La moglie che lo lascia, accusando in lui “un vuoto” di cui il dottore conosce tutto, ma Egli niente, la donna delle pulizie che prova a mettere ordine tra le montagne di oggetti accatastati nel suo appartamento, e poi il delirio. Il delirio è sempre presente, vivo, poggia il mento sulla spalla, spira pazzia nello sguardo di Egli, gli fa fare i pensieri più assurdi, lo trattiene dal Fare, barattandolo con un malconcio Essere. Ogni tanto scruta il mondo dalla finestra, e si immagina di vedere il mare. Ah! Il mare, a lui tanto caro. Perché il mare cammina, parla, ascolta. Non come la montagna, la montagna è immobile, silenziosa. Il mare è vivo, la montagna no.

E poi, la metempsicosi. La resurrezione dei morti, la reincarnazione delle anime, col rischio di rinascere “bagaròn” (scarafaggio, in dialetto) piuttosto che tigre. Tutto, fuorché andarsene definitivamente, è un appiglio valido per aggrapparsi disperatamente a una vita lacera e dal respiro affannoso.

“La fondazione” è un monologo sulla vita, sulla morte, sul tempo che passa, sulla gente che pensa. L’attaccamento alla vita è palpabile in ogni parola del magistrale Ivano Marescotti, unico interprete di un instancabile e disperato dialogo con se stesso, l’Egli che rappresenta un po’ tutti, rappresenta un Noi afflitti alla fine del percorso.

Ivano Marescotti, 68 anni, pluriennale esperienza di attore al cinema (l’abbiamo visto, tra gli altri film, in jack Frusciante è uscito dal gruppo, Il talento di Mr. Ripley, Hannibal, La leggenda di Al John e Jack) veste i panni di un solitario e psicotico romagnolo – il dialetto rispolverato è fenomenale – che si sbrodola addosso i dolori di una vita consumata inconsapevolmente male: troppi pensieri, troppe ansie, troppe paure. Ma soprattutto troppi oggetti: amuleti e talismani ordinari contro il terrore della solitudine e della precarietà.

Come un moderno Mazzarò, il personaggio di Verga il cui unico affetto era la propria “Roba”, Ivano alias Egli ci ricorda e ci implora di vivere davvero, al di là del buio, della paura, delle incomprensioni con gli altri. Al di là del mare loquace e della montagna taciturna, al di là delle “cose” che abbiamo o che vorremmo avere: non ci è dato restare a lungo in questo mondo, per cui non pensiamoci al momento dell’ultimo fischio del treno, godiamo di quel che c’è senza temere ciò che non sarà più. Anche perché chi lo sa: potrebbe capitarci, in un’altra vita, di rinascere “bagaròn”.  E allora rimpiangeremo tutto questo.

 

 

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