Published On: Lun, Feb 10th, 2014

Traffico di cuccioli dall’Est, tre arrestati tra Lodi e Milano

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I cuccioli li infilavano in scatole di cartone o in gabbie per i polli e li trasportavano così dall’Ungheria – 30, 40 alla volta – stipati nei bagagliai di auto di grossa cilindrata. E pazienza se qualche cane si ammalava o moriva: il guadagno di questo traffico di animali, organizzato da un gruppo di italiani con base in un centro cinofilo di San Giuliano Milanese, che è stato sventato dal corpo forestale dello Stato, era comunque assicurato. La stima è di un giro fra i 700mila e il milione di euro l’anno. Abbastanza, perché chi era coinvolto non dovesse avere altri lavori.

Adesso però sono arrivate le denunce (nove) e gli arresti (tre), al termine di una operazione del Nucleo investigativo provinciale di polizia ambientale e forestale sotto la direzione del procuratore capo lodigiano Vincenzo Russo. Un’operazione scattata nel 2012 e che ha preso il nome da uno degli 88 cuccioli sequestrati, Maky, che era in fin di vita ed è stato salvato. Le accuse sono pesanti: si va dal traffico illecito di animali di età inferiore alle 12 settimane (è vietato introdurli in Italia se hanno meno di 3 mesi e 21 giorni) alla frode, dall’esercizio abusivo della professione medica fino al maltrattamento di animali e detenzione produttiva di gravi sofferenze. E soprattutto associazione per delinquere (“contestata forse per la prima volta” in un caso del genere, come ha ricordato il procuratore).

Fermare un semplice carico di animali alla frontiera con la Slovenia, dove passavano i trafficanti di notte su auto rigorosamente noleggiate (perché non è possibile confiscarle), non bastava certo a fermarli. Per loro, che acquistavano i cani a 80-120 euro e li rivendevano a 600-1.200 via Internet o ad alcuni negozi, un sequestro era considerato “rischio d’impresa”, ha spiegato Andrea Fiorini, comandante provinciale di Lodi. Così sono iniziate le indagini, le intercettazioni, i carichi osservati e non fermati per avere tutte le prove necessarie a dimostrare che c’era una vera e propria associazione.

Ai domiciliari sono finiti Giuseppe Baroni, considerato il responsabile dell’organizzazione, il figlio Massimiliano e Alessandro Verri, un veterinario di Milano che aveva il compito di ‘ripulire’ i cani (in qualche caso gatti). Dava loro nuove identità applicando (o facendo applicare ad altri) i microchip e preparando i libretti sanitari in modo che figurassero nati in Italia e fossero di quattro mesi. In più li bombardava di antibiotici per coprire le carenze di vaccinazioni. Ma più di una volta i cani – di razze diverse, dai chihuahua ai pastori tedeschi – sono morti poco dopo essere stati venduti. L’obbligo di dimora è stato deciso per altri tre collaboratori, due uomini e una donna, che tenevano i contatti con l’estero, si occupavano delle vendite e gestivano gli animali.

Quando gli agenti della Forestale sono andati al centro cinofilo al centro dell’indagine (dove ha sede anche il canile sanitario della provincia di Lodi, che non ha nulla a che fare con la vicenda e ha un’attività separata) hanno trovato 15 altri cani. Segno che finora non si erano fermati. Come del resto le indagini. E in giornata sono stati perquisiti negozi di Milano e dell’Emilia Romagna che avevano venduto parte dei cuccioli.

Fonte – milano.repubblica.it

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