Cobain

di DIEGO REMAGGI – Quindici giorni fa, ad Aberdeen, negli Stati Uniti c’è stata una festa: il compleanno di un uomo che non c’è più e che se ci fosse stato non avrebbe voluto, forse, festeggiare nulla.
Questo perché Kurt Cobain esprimeva nei suoi testi e nella sua musica il dolore di una generazione che non esiste più, quella fatta di pioggia e rabbia, di finali tristi, lavori inutili e scarpe sporche di fango. Perché omaggiare la nascita di un suicida? Chiederebbero molti. Perché nelle scelte di una città e di una nazione grande come quella dell’America, l’immaginario collettivo ha saputo ricollocare ogni tensione emotiva nel personaggio di un ventisettene diventato leggenda, ha saputo riascoltare le urla di dolore di una comunità cresciuta e dispersa, come quella del’68, di Woodstock, della musica popolare e della contro-cultura artistica letteraria e non solo. Ricordare gli anni ’90 per gli “sdraiati” giovani di oggi è come provare a capire un mondo che non esiste più, fatto di rapporti umani, di guerre, di equilibri politici e sociali crollati, nel bene e nel male. Non c’è da meravigliarsi se in Italia questa cultura, questa spinta giovanile all’adolescenza incorruttibile e genuina non c’è stata, non ci sarà mai e tantomeno sarà istituzionalizzata da regioni o province. Sembra quasi che il vecchio sia l’unico modello a cui puntare, il vecchio come musica, arte, rappresentazione di una realtà che non si vuole mai far emergere o vedere. E quanta tristezza fanno nei foyer le solite facce da opera, soloni inespressivi con gli abiti inamidati, cinture e scarpe lucide per l’occasione.
Tutto così dolorosamente lontano da quello che i giovani vorrebbero mentre distratti si lamentano in Rete della Rete che non funziona con le cuffie nelle orecchie. Per non ascoltare il mondo attorno così come per non essere ascoltati da nessuno.
Le statue di Cobain, le sue chitarre, le sue parole, corrono da Aberdeen in tutto il mondo, ma non in quanto martire di un decennio così strano quanto cruciale per il destino del mondo, in quanto simbolo di chi oggi non ha più un punto di riferimento, una direzione, un lavoro, un’istruzione degna di tale nome.
Erano meglio le scarpe sporche, sembravano quasi più interessanti delle Hogan o del recuperato giubbino in stile Mont Cler. Erano meglio le urla di Nevermind che ogni piccola rivoluzione nata su Facebook. Meglio riprendere in mano qualche disco e ricordare (per chi c’era) o cercare di capire (per chi era troppo piccolo) un’epoca in cui tutto sapeva realmente di “spirito adolescente”, ancora mai cresciuto.

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