Published On: Sab, Mar 29th, 2014

Il cinema e la politica “d’essai”

“Quando c’era Berlinguer” è un film necessario. E’ un estratto storico, a tratti nostalgicamente celebrativo, degli ultimi 10 anni di vita di Enrico Berlinguer, segretario del partito comunista dal 1972 al 1984, anno della sua morte. La pellicola, che è di Walter Veltroni (anch’esso per anni dirigente PCI e direttore de l’Unità), assembla interviste, interventi pubblici e ricostruzioni storiche della vita del “sardo muto”, un leader che ha senz’altro lasciato il segno nella storia del nostro paese, un leader “che parlava col cuore e faceva politica con la P maiuscola”.

In definitiva è esteticamente piacevole, forse cinematograficamente irrilevante, ma politicamente necessario: la storia è politica e la politica è storia, passata, presente e futura. Eppure è, indiscutibilmente, un film “d’essai”, termine francese tendenzialmente presuntuoso che circoscrive un pubblico tendenzialmente intellettuale. Un film, insomma, di quelli che vanno a vedere in quattro: un veterano del PCI, uno studente del DAMS e due pirla a caso. Un film, di quelli che proiettano solo nei cinema, appunto, “d’essai”: sala unica, luci basse, schermo piccolo, sedie rosse e scomode. Un film, di quelli che, in tutta la provincia di Parma, non ce n’è ombra, tanto che per vederlo bisogna andare a Cella di Reggio Emilia, al cinema “Jolly”: vecchia saletta anni ’50 stipata in mezzo alla nebbia della Via Emilia, sperduta tra Parma e Reggio, che esibisce orgogliosa, e si ritorna sempre lì, la targa in bronzo di “cinema d’essai”.

Un film fatto “per pochi”, insomma, e questo fa pensare. Fa pensare come la scena iniziale in cui si intervistano ragazzi liceali e universitari, la maggior parte dei quali alla domanda “chi era Enrico Berlinguer?” risponde “…un commissario?”, “scrittore…di quel romanzo…come si chiamava…”, “politico…credo…fascista?”. Fa pensare che è sbagliato che un film del genere sia “d’essai”, e ti viene da chiederti perché, quel film, sia “d’essai”; ti viene da chiederti se non è, forse, che è ormai la politica ad essere “d’essai”.

Quindi, ricapitolando: un film, “per pochi”, sulla politica, che per assioma diventa anch’essa “per pochi”. Se così fosse, vorrebbe dire che siamo sull’orlo del baratro, che stiamo sfiorando la tragedia. Perché la politica, (la radice della parola stessa, “polis” , indica la città intesa come comunità aggregata) nasce come cosa fatta da tutti e per tutti, e non da pochi e per pochi, come invece sembra essere oggi.

Si potrebbe dire che la quasi inesistenza del pubblico del film di Veltroni sia un isolato e silenzioso campanello d’allarme di questo fenomeno: la politica non interessa più, non ora almeno, non negli ultimi tempi. E questo è drammatico. L’apatia variamente diffusa, tra le generazioni, verso l’arte del far funzionare la cosa pubblica (questo, idealmente, è la politica) è il tragico sintomo del disamoramento per la collettività. E’ il tragico sintomo di un cattivo raffreddore anti-sistema, di una reazione allergica all’insieme, al condiviso, alla forza compatta di un paese e di un continente che lottano per restare uniti.

Questa apatia politica, e ben lo sanno alcuni astuti timonieri, è purtroppo il vento favorevole verso cui sono dirottate le vele dei fanatismi secessionisti e dei sentimenti nazional-razzisti. Lo dimostrano, citando le cronache più recenti, il successo elettorale del Front National di Le Pen in Francia, la follia indipendentista lombardo-veneta e le continue urla di Grillo, che dopo ogni comizio riecheggiano a lungo dolorose come spine.

E’ il 2014 e, come ricordava Corrado Augias pochi giorni fa, il 28 giugno cadrà il centesimo anniversario dall’omicidio di Sarajevo: il primo lieve turbine che, sommandosi ad altre apparentemente innocue folate di vento, trascinò il mondo in un vortice di orrori. L’ecatombe novecentesca culminata con l’olocausto, la cui memoria mai dovrebbe venir meno, ci ricorda che insieme è meglio, che uniti è bello.

Senza sfilacciare ulteriormente il retorico “l’unione fa la forza”, ricordiamoci solo che “politica” significa “insieme”. Finchè i film su Berlinguer saranno film “d’essai”, fatti per persone sedicenti “d’essai” e proiettati solo al cinema “Jolly” di Cella di Reggio Emilia, e a vederli ci andranno solo un veterano del PCI, uno studente del DAMS e due pirla a caso, la parola “politica” non sarà mai sinonimo di “insieme” e l’ecatombe, quale che sia, non sarà mai meno lontana.

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