riforme

di MASSIMILIANO PARENTI – Ho conosciuto una persona che ha sempre tentato di rispondere alla seguente domanda: come definire il concetto di riforma? A lungo ho ritenuto che “riformare” implicasse l’andare in avanti, cioè aggiungere un passo in più a quelli che un gruppo sociale (un popolo, uno stato) può storicamente aver fatto, nel mitizzare il progresso quasi come se “futuro” fosse sinonimo di miglioramento, ma allora come far fronte all’evidenza? Come rivedere questa posizione assumendo il fatto che il futuro prossimo è una nube grigia che aleggia in ogni direzione? Evidentemente il mio ragionamento – una deduzione naturalmente infantile e che non ho più da tempo – andava rivisto dalle fondamenta.

Ed ecco che qui entra in scena questa persona, che mi ha aperto gli occhi quando ha concettualizzato il termine “riforma” con un’espressione che credo non dimenticherò mai. Semplicemente mi disse: riformare significa “spostare la coperta”. Ed ecco che il piatto fu servito, il mio palato scoprì che il futuro e la politica progressista hanno un sapore agrodolce. Perché quando si sposta la coperta, nel bene o nel male che sia, c’è sempre qualcuno che rimane coi piedi scoperti. E questo è ciò che sta succedendo, più che mai ora.

Questo non è un dato circoscrivibile all’Italia renziana piuttosto che alla Crimea chiamata al voto, è invece l’essenza della politica dalla sua nascita fino ad oggi. Dobbiamo essere consapevoli che anche le prossime riforme del governo, siano esse chiamate job act o come si voglia, avranno questo carattere e di ciò non ci dovremo sorprendere. Il fatto che qualcuno ci rimetterà sarà la naturale conseguenza dell’aver esposto i piedi di qualcuno al freddo. C’è da sperare che – almeno per quanto riguarda il fronte interno, cioè l’Italia – il governo abbia questa volta la lungimiranza (che Monti per esempio non ha avuto) di non costringere chi ha già fatto troppi sacrifici a farne altri. Continuare su questa linea infatti, cioè dimostrare per l’ennesima volta che è troppo grande il divario tra il palazzo e la piazza, sarebbe un’ulteriore miccia per una possibile bomba pronta a scoppiare da tempo: e non possiamo più permetterci di sbagliare. Le tensioni sociali possono sempre eruttare come geyser sotterranei che scorrono attraverso le epoche. Nessuno è un indovino, nessuno sa se Renzi cercherà di colmare il divario sociale (se i cosiddetti super-ricchi dovessero scamparla un’altra volta si potrebbe capire perché accusano l’ex sindaco di Firenze di non essere di sinistra) o se, dietro quell’ottima retorica e quel giovane aspetto da rampollo ambizioso non si celi invece l’ennesimo tentativo di mantenere lo status quo. Perché se si deciderà di coprire la muffa con il miele a lungo andare l’odore originario si farà predominante e inghiottirà il dolce.

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