Theresienstadt è una menzogna. E’ tutta una menzogna: le mura di mattoni rossi, i bei edifici ordinati, i pioppi nei viali, persino la sala da barba, per i signori s’intende: è stata costruita e mai usata. Gli ebrei, a Terezin, la barba non se la facevano. Ne tanto meno passeggiavano all’ombra dei pioppi, non pranzavano nei bei edifici ordinati e non rimiravano i mattoni splendenti come fragole al sole di giugno. L’unica verità, a Terezin, è il fumo nero e il fischio dei treni. E poi c’è Himmelweg, “la via del cielo”, in tedesco.

Ma un delegato internazionale della croce rossa, durante una visita ispettiva nell’estate del ’44, percepisce la finzione negli occhi degli abitanti, velati di terrore ed esasperata cordialità. Eppure attende, invano. Attende una parola, un gesto, uno sguardo che tradisca la loro condizione di automa, la loro vita recitata che puzza ancora di vernice fresca. Proprio come le pareti della stazione, il cui orologio segna sempre le 6 con le lancette incastonate in una storia senza gloria: il tempo non passa dove non c’è vita.
Attorno a uno stralcio tragico dell’ecatombe nazista si delineano così i contorni di “Himmelweg (la via del cielo)”, raffinata e brillante opera di Juan Mayorga, drammaturgo madrileno considerato tra i più frizzanti e tematicamente maturi dei contemporanei.

Il nome del campo di concentramento di Terezin, che sorge a una manciata di chilometri da Praga, nel cuore d’Europa, non viene mai citato, ma si evince chiaramente la storia senza paralleli del luogo della menzogna: è la città a forma di stella usata da Berlino per nascondere gli eccidi, mascherando la vita nei ghetti da serena esistenza piccolo borghese, fatta di svago, lavoro, amicizia, amori. Un crocevia ferroviario dove i treni ripartivano poi per Auschwitz, verso “la soluzione finale” elaborata dalla follia dei gerarchi hitleriani.
Questo era Terezin: un campo di concentramento, inizialmente, come tutti gli altri. Poi è stato scelto per un progetto d’occultamento: far recitare i deportati in cambio della salvezza, fargli fingere che la vita è bella davanti agli ispettori internazionali della croce rossa, giunti a verificare le condizioni del lager, ripitturato e risistemato di tutto punto.

Ed è l’occasione della vita, per il Comandante del campo, colto e appassionato di teatro e poesia, che dirige la tragicommedia di Terezin come accecato dalla brama di grandeur di un’ Europa futura culla dell’impero nazista.
Il Comandante, impersonato da uno straordinario Alessandro Averone, è l’effige di una tormentata consapevolezza che il mondo è di plastica: un globo rotante di palchiscenici illuminati a scadenza. E quando i riflettori si spengono, che fanno gli attori?
Il fascino di Himmelweg sta in questo: da un tema storico-politico Juan Mayorga riesce ad estrapolare un filo di pensieri sulla condizione dell’uomo che recita, concetto antropologico indiscutibile e inscindibile: l’uomo recita. Punto. Come scriveva Goffman, sociologo canadese del secolo scorso, siamo tutti attori e la vita è una commedia. Il mondo? Un palcoscenico.

L’importante è sapersi adattare al pubblico che ci si ritrova davanti: l’ispezione della croce rossa è sempre in agguato. Il terrore di esser scoperti nella propria, nuda, condizione di verità umana è impensabile: se ciò avvenisse, il sipario di velluto che sovrasta il mondo calerebbe pesante e polveroso e non ci sarebbe possibilità di ritorno, per la millenaria e quotidiana abitudine alla recitazione. Ci insegna questo Himmel Weg: siamo tutti attori della nostra vita.

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