Published On: Mer, Mag 28th, 2014

In Italia disuguaglianze record Famiglie piu’ povere e indebitate

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Roma, 28 mag. – L’Italia e’ uno dei paesi europei con la maggiore disuguaglianza nella distribuzione dei redditi primari guadagnati dalle famiglie sul mercato impiegando il lavoro e investendo i risparmi. E’ quanto si legge nel Rapporto annuale dell’Istat, secondo cui “le minori opportunita’ di occupazione e lo svantaggio retributivo delle donne e dei giovani sono fra le cause piu’ importanti di questa disuguaglianza”. Secondo l’Istat, “nonostante l’intervento pubblico operi una redistribuzione dei redditi di mercato di apprezzabile entita’, non inferiore a quella dei paesi scandinavi, in Italia il livello di diseguaglianza rimane significativo anche dopo l’intervento pubblico. Il sistema pubblico italiano redistribuisce il reddito primario soprattutto a favore del 40% delle famiglie con redditi medio-bassi e bassi, che dopo l’intervento pubblico si ritrovano con un reddito disponibile maggiore del reddito di mercato. Vengono invece ridotti i redditi del restante 60% di famiglie, comprese quelle con redditi medi”.
Cala la spesa per i consumi. La conferma arriva dal “Rapporto annuale 2014” dell’Istat, secondo cui molte famiglie che fino al 2011 avevano utilizzato i risparmi accumulati o avevano risparmiato meno l’anno successivo hanno ridotto i propri livelli di consumo per mantenere i loro standard. La contrazione dei livelli di consumo si e’ verificata nonostante l’ulteriore diminuzione della propensione al risparmio (pari all’11,5%) e il crescente ricorso all’indebitamento: nel 2012 le famiglie indebitate superano quota 7%. La fase di crisi economica ha mutato la struttura del reddito familiare: nel 2011, il 45,1% delle famiglie ha al suo interno un solo percettore di reddito (42,4% nel 2007), il 41,2% ne ha due e il 12,8% tre o piu’. Tra il 2007 e il 2011, aumenta il contributo al reddito familiare di ogni singolo pensionato, pari in media al 43% (due punti percentuali in piu’).
In Italia l’indicatore di poverta’ assoluta, stabile fino al 2011, sale di ben 2,3 punti percentuali nel 2012, attestandosi all’8% della popolazione. A lanciare l’allarme e’ l’ultimo “Rapporto annuale” dell’Istat, secondo cui “la grave deprivazione, dopo l’aumento registrato fra il 2010 e il 2012 (dal 6,9% al 14,5% della popolazione) registra un lieve miglioramento nel 2013, scendendo al 12,5%. Il “rischio di persistenza in poverta’”, ovvero la condizione di poverta’ nell’anno corrente e in almeno due degli anni precedenti, resta pero’ nel 2012 tra i piu’ alti d’Europa: 13,1 contro 9,7%. Si tratta, spiegano i ricercatori, di “una condizione strutturale: le famiglie maggiormente esposte continuano a essere quelle residenti nel Mezzogiorno, quelle che vivono in affitto, con figli minori, con disoccupati o in cui il principale percettore di reddito ha un basso livello professionale e di istruzione”.
Il rischio di persistenza nella poverta’ raggiunge il 33,5% fra le famiglie monogenitori con figli minori: nel Mezzogiorno e’ cinque volte piu’ elevato che nel Nord, tre volte piu’ elevato tra gli adulti sotto i 35 anni, due volte piu’ elevato tra i disoccupati e gli inattivi.
Il numero dei disoccupati in Italia e’ raddoppiato dall’inizio della crisi. Lo evidenzia l’Istat nel rapporto annuale. Nel 2013 i disoccupati sono arrivati a toccare quota 3 milioni 113mila unita’, pari a 1 milione 421mila unita’ in piu’ rispetto al 2008. La crescita dei disoccupati e’ proseguita anche nell’ultimo anno: al netto degli effetti stagionali, a marzo 2014 raggiunge quota 3 milioni 248mila unita’.
Dall’inizio della crisi l’occupazione ha conosciuto solo il segno negativo e nell’ultimo anno il calo e’ stato ancora maggiore, imprimendo un’accelerata ancor piu’ negativa. I numeri parlano chiaro: nel 2013 l’occupazione e’ diminuita di 478mila unita’ (-2,1% rispetto al 2012) e contemporaneamente il tasso di disoccupazione ha continuato a crescere, dal 10,7% del 2012 al 12,2%. E’ quanto rilevato nel Rapporto annuale 2014 dell’Istat. Il tasso di occupazione, dunque, negli anni della crisi (2008-2013) scende al 55,6% nel 2013 dal 58,7% del 2008.
Nelle regioni del Mezzogiorno i numeri sono piu’ drammatici: con un calo di 583mila occupati nel quinquennio, il tasso scende al 42% a fronte del 64,2% delle regioni settentrionali e del 59,9% di quelle del Centro. Inoltre, si legge nel rapporto, il calo dell’occupazione del Mezzogiorno e’ iniziato prima, e’ stato piu’ intenso durante tutto il periodo della crisi e si e’ accentuato, rispetto al Nord, nell’ultimo anno.
Sono i giovani la categoria piu’ colpita dalla crisi: il tasso di disoccupazione giovanile (15-24 anni) e’ cresciuto fortemente nel 2013 (+4,5 punti percentuali, toccando il 40%) e l’incidenza della disoccupazione di lunga durata (la quota di disoccupati in cerca di lavoro da piu’ di un anno) e’ salita al 56,4%. E’ la fotografia scattata dall’Istat nel suo rapporto annuale. La progressiva riduzione dell’occupazione giovanile rispecchia le crescenti difficolta’ che incontrano i piu’ giovani nel trovare e mantenere il lavoro. La diminuzione dell’occupazione ha riguardato in particolare i contratti a termine (-6,1%).
Si vive sempre piu’ a lungo ma si nasce sempre meno
In Italia si vive sempre piu’ a lungo ma nascono sempre meno bambini. E’ uno dei dati che emerge dal capitolo dell’ultimo “Rapporto annuale Istat” dedicato alle tendenze demografiche.
Nel 2012 la speranza di vita alla nascita e’ salita a 79,6 anni per gli uomini e a 84,4 per le donne, rispettivamente 2,1 e 1,3 anni in piu’ rispetto alla media europea ma persistono livelli di fecondita’ molto bassi, in media 1,42 figli per donna (contro la media Ue di 1,58). Dal 2008 si e’ invertito il trend di crescita della natalita’ in atto dal ’95: nel 2013 si stima che saranno iscritti in anagrafe poco meno di 515mila bambini, 64mila in meno in cinque anni e 12mila in meno rispetto al minimo storico delle nascite registrato nel 1995. L’indice di vecchiaia e’ tra i piu’ alti al mondo. Al primo gennaio 2013 nella popolazione residente si contano 151,4 over65 ogni 100 giovani con meno di 15 anni: tra i Paesi europei solo la Germania ha un valore piu’ alto (158), mentre la media dei 28 Paesi dell’Unione europea e’ di 116,6. Le donne italiane in eta’ feconda fanno pochi figli, in media 1,29 per donna, e sempre piu’ tardi (a 31 anni in media il primo figlio). E anche la popolazione femminile straniera in eta’ feconda sta rapidamente “invecchiando”: la quota di donne straniere in eta’ 35-49 anni e’ aumentata di 6 punti percentuali dal 2005 al 2013, passando dal 41 al 47%. Pur mantenendosi su livelli di fecondita’ decisamente piu’ elevati di quelli delle donne italiane, il numero medio di figli per donna delle cittadine straniere (2,37 nel 2012) e’ in rapida diminuzione.
Piu’ di un italiano su 10 (l’11,1%) ha rinunciato alle cure nel 2012 (accertamenti o visite specialistiche non odontoiatriche, interventi chirurgici o acquisto di farmaci), in larga parte a causa della crisi. Tale quota sale al 13,2% fra le donne mentre a livello territoriale e’ piu’ elevata nel Mezzogiorno (15% circa). E’ quanto si legge nel Rapporto annuale 2014 dell’Istat. Ancora piu’ elevata la quota di persone che ha dovuto rinunciare alle cure odontoiatriche, il 14,3%, l’85,4% dei quali ha indicato motici economici. Dati confermati da quelli relativi ai divari socio-economici: nel 2012 le persone di 65 anni e oltre con risorse economiche scarse o insufficienti dichiarano di stare male o molto male nel 30,2% dei casi contro il 14,8% di chi ha risorse economiche ottime o adeguate. Il rischio di cronicita’ grave e’ piu’ elevato tra le classi sociali piu’ modeste: chi ha una condizione economica familiare scarsa o insufficiente ha un rischio di 1,6 volte superiore alla famiglia con risorse economiche ottime o adeguate.
Per ridurre poverta’ serve intervento da 15,5 mld
Per ridurre in maniera “consistente” il tasso di poverta’ serve un intervento da 15,5 miliardi di euro, pari all’1% del Pil. Lo sostiene l’Istat, sottolineando che un eventuale intervento fiscale dovrebbe essere fatto attraverso “un’imposta negativa sui redditi familiari piu’ bassi” anziche’ tramite detrazioni.
“Le detrazioni per lavoro e per familiari a carico – sottolinea l’istat nel Rapporto annuale 2014 – perdono parte della loro efficacia redistributiva per effetto dell’incapienza, che si verifica quando il reddito e’ cosi’ basso da non consentire di avvalersi pienamente dei benefici delle detrazioni. Inoltre, l’assetto individuale dell’imposta implica, a parita’ di reddito, un maggiore carico tributario per le famiglie monoreddito. Un’imposta negativa sui redditi familiari piu’ bassi costituisce uno strumento di contrasto della poverta’, che consente di concentrare la spesa sui piu’ bisognosi, tenendo conto della numerosita’ della famiglia e delle economie di scala”.
“L’imposta negativa, in pratica, determina una soglia di esenzione (no tax area) dei redditi familiari, al di sotto della quale le famiglie non solo non pagano imposte, ma ricevono un sussidio monetario. Simulazioni effettuate con il modello Istat di microsimulazione sulle famiglie suggeriscono che un intervento pari all’1% del Pil (15,5 miliardi) consentirebbe di ridurre consistentemente il tasso di poverta’.
L’integrazione fino a 780 euro mensili dei redditi personali piu’ bassi per tutti gli adulti – conclude l’istituto di Statistica – oltre a risultare molto piu’ costoso (circa 90 miliardi) si tradurrebbe in una dispersione di risorse a favore dei non poveri, con il 61% della somma destinata a individui che vivono in famiglie non povere”.
68mila via dall’Italia nel 2012, record ultimi 10 anni
Sempre piu’ italiani in “fuga” dal Belpaese. Secondo l’ultimo “Rapporto annuale” dell’Istat, infatti, aumentano gli espatri e calano i rientri. Nel 2012 i nostri connazionali di ritorno dall’estero sono circa 29mila, 2mila in meno rispetto all’anno precedente; al contrario, e’ marcato l’incremento di quelli che decidono di trasferirsi in un paese estero. Il numero di emigrati italiani e’ pari a 68mila, il piu’ alto degli ultimi dieci anni, ed e’ cresciuto del 35,8% rispetto al 2011. Le migrazioni interne, dal sud verso il centro-nord confermano un saldo migratorio negativo che, in media, nel decennio 2003-2013 e’ pari a 87mila unita’ l’anno.

Fonte – AGI.it

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