Published On: Mar, Mag 27th, 2014

L’Europa della pancia e l’Europa della testa

Chi se li sarebbe aspettati, questi incredibili risultati elettorali? Di certo non Beppe Grillo, con pentastellati al seguito, che fino a ieri cantava vittoria nelle piazze e nei salotti televisivi. Non il Partito democratico, che certo prevedeva di arrivare primo, ma non con una forbice così ampia dal M5S. Non gli italiani, che in generale hanno partecipato a queste elezioni con meno affluenza del solito (58,68% contro il 65,05% delle europee 2009) anche se sempre sopra alla media europea.

Il Partito democratico ha vinto le elezioni europee con un risultato incredibile: 40,81%, contro il 21,16% del Movimento 5 Stelle e il 16,82% di Forza Italia, eleggendo 31 dei 73 eurodeputati italiani. Il centro-sinistra ha doppiato la seconda forza (anti-)politica del paese e più che doppiato il lacero e ormai sgualcito centro-destra, sfinito e zoppicante nell’autunno del suo patriarca.

I riferimenti al passato sono innumerevoli in questi giorni: cronisti, opinion leader e politici d’opposizione gridano inorriditi al ritorno della “grande balena bianca”; militanti, aficionados e stampa sinistrofila evocano invece il ritorno dello spirito di Berlinguer.

La verità è che Dc, Pci e tutta la compagnia bella della Prima Repubblica oggi c’entra poco e nulla con la politica italiana. L’oggi è oggi, e che un partito iscritto al gruppo dei socialisti e democratici europei vincesse le elezioni, con un margine di consenso così ampio, non era mai successo. Smettiamola di evocare confusionari dati storiografici: la Democrazia cristiana, che certo aveva una corrente di sinistra in larga parte confluita nell’odierno Pd, faceva parte del gruppo dei popolari europei. La vittoria del partito di Matteo Renzi è dunque del tutto estranea al passato.

E’, piuttosto, legata al futuro invece: la legittimazione politica tanto invocata dagli oppositori del leader al governo è finalmente giunta. Ciò non toglie che, gli 11 milioni di elettori che domenica hanno votato Pd, non influiranno sulla sua forza numerica parlamentare. Se a Bruxelles, infatti, i democratici rappresentano più di 2/5 degli italiani, a Roma la maggioranza alla Camera e quella risicatissima al Senato restano le stesse. I compromessi per le riforme istituzionali, e non, sono ancora necessari e il governo di larghe intese rimane quello che da più di un anno provoca l’urticaria a destra come a sinistra.

L’esperimento Renzi però è riuscito: la benedizione ad andare avanti, la promozione della stabilità a scapito del terremoto sfascia-tutto è un segno importante, specialmente nell’Europa odierna dell’avanzata euroscettica.

Sì, perchè se in Italia il buongiorno s’è visto dal mattino di lunedì, nel resto del Vecchio Continente la situazione non è così rosea. In Francia, ad esempio, Il Front National di Le Pen, il partito della destra xenofoba ed euroscettica, è diventata la prima forza del paese, contraddicendo il voto delle elezioni precedenti che avevano conferito il potere ai socialisti di Hollande, ora pericolosamente calati al picco del 14,7%.

In Inghilterra la situazione è altrettanto grigia: l‘Ukip (Partito per l’indipendenza del Regno Unito) di Nigel Farage ha sbaragliato il secolare bipolarismo britannico laburisti-conservatori affermandosi come prima forza poltica inglese, col 31% dei voti, risultando inoltre il partito euroscettico più forte di Strasburgo. In Danimarca il Partito Popolare Danese (che al contrario di ciò che potrebbe far pensare il nome è un partito tutt’altro che moderato) è anch’esso primo del paese con 4 dei 13 euroseggi di Copenaghen. In Grecia, a far da contrappeso alla vittoria della sinistra di Tsipras (che in Italia ha eletto 3 deputati, varcando, senza aspettarselo troppo, la soglia del 4%) c’è Alba Dorata, partito nazionalista e autonomista di estrema destra.

In definitiva, in Europa, i due grandi partiti tradizionali “confermati” dal voto comunitario sono il Pd di Matteo Renzi e il Cdu di Angela Merkel, che si allineano in un asse (che per non creare equivoci eviterei di chiamare “Roma-Berlino”) di forte opposizione all’eurodisfattismo in forte crescita.

Non sarà una legislatura facile a Bruxelles: affrontare problemi “esterni” al Parlamento come crisi economica, disoccupazione e immigrazione sarà reso ancor più duro dai problemi “interni” che forze come il Fn e Ukip di certo non si tratteranno dal creare.
Ora la cosa migliore è che i gruppi del centro europeista (socialisti, popolari, liberal-democratici, verdi, sinistra europea) facciano fronte comune contro quest forze, anche consapevoli che, per fortuna, la maggioranza degli europei ancora crede nel progetto di un continente forte e unito sia sul fronte economico che politico e culturale.

I programmi di austerity, l’indifferenza della Bce, l’egemonia di una visione meramente finanziaria dell’Unione e l’abisso di dialogo tra le istituzioni e gli elettori sono tutte caratteristiche della “vecchia” Ue che in questa legislatura vanno abbandonate. Troppi partiti disfattisti stanno parlando alla pancia dei popoli, anzichè alla testa, e gli affamati sono molti.

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