Published On: Mer, Lug 23rd, 2014

Comuni italiani corrono verso la bancarotta

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180 amministrazioni locali sono a rischio default, Roma e Napoli invece…

Spingono i dipendenti in cassa integrazione e bloccano qualsiasi investimento. Ma non solo.

La nuova piaga dell’Italia che non avanza sono i Comuni ad un passo dalla bancarotta: ben 180 Amministrazioni che rischiano il default e che sono state costrette a portare i bilanci al ministero dell’Interno nella speranza di ricevere un aiuto dallo Stato.

Le regole però non sono uguali per tutti. Alla Napoli di De Magistris e alla Roma di Marino – città dai buchi colossali – , non vengono chiesti gli stessi sacrifici.

In gioco non c’è solamente la contabilità poichè, ad esempio, a Casal di Principe il dissesto è un problema pratico; debiti per 16 milioni di euro in una città di 20 mila abitanti costringono l’Amministrazione a comportarsi come un’impresa in procedura fallimentare se non fosse che mentre un’impresa fallita smetta di esistere, un Comune deve continuare a garantire la sicurezza nelle strade, il servizio idrico e gli aiuti alle famiglie in difficoltà. Insomma, non può e non deve scomparire.

A Casal di Principe ci troviamo ad un punto estremo. Nel 2009 i comuni ufficialmente in dissesto erano due, un anno dopo erano otto, a metà di quest’anno sono saliti a 63, fra questi ci sono casi di parziali, pilotati e concordati default verso i creditori per diverse centinaia di milioni di euro.

Divenuta sindaco di Alessandria, 93 mila abitanti, Maria Rita Rossa (in quot Pd) ha trovato debiti per 200 milioni di euro su un bilancio di 90 ed è stata costretta dalla Corte dei Conti a dichiarare il dissesto. Anche a Caserta il sindaco di destra Pio Del Gaudio ha trovato 200 milioni di debiti e un deficit di altri 24.

C’è anche una seconda categoria di enti costretti a rivedere le loro promesse ai creditori. Si tratta di quelli in “pre-dissesto”, soggetti a quello che viene comunemente definito riequilibrio.

Quando è così la ristrutturazione è meno pesante, spesso limitata ad un lungo rinvio delle scadenze di pagamento e alla cancellazione degli interessi di mora. In tali condizioni rientrano circa 120 città, che a volte hanno da liquidare miliardi di debiti e milioni di elettori, come Napoli, Catania, Messina, Reggio Calabria e Frosinone.

Fare default sui creditori però non è sempre un’ingiustizia. I dati del Tesoro fanno capire come moltissime forniture di beni e servizi siano state fatte a prezzi più che doppi rispetto alla norma.

Il sindaco di Alessandria, che guadagna meno di quando insegnava Latino e Italiano alle superiori pensa però che la crisi non sia uguale per tutti: “È una questione di equità fra cittadini di città diverse  –  accusa in un’intervista a Repubblica –  non possiamo fare due pesi e due misure fra chi abita a Roma o a Napoli e chi sta ad Alessandria”.

Mentre Roma è potuta ripartire senza dissesto, decine di enti più piccoli sono stati costretti ad alzare le tariffe e le tasse comunali al massimo, consolidare il debiti delle società partecipate, mettere in cassa integrazione molti dipendenti e bloccare gli investimenti. Questo senza contare che nuovi prestiti della Cassa depositi e prestiti vengono concessi solo a breve termine e per liquisare creditori privati, mai per chiudere buche nell’asfalto.

Nel frattempo a Napoli e Roma, grandi fonti di debiti e voti, non vengono richiesti immani sacrifici. Il piano per Roma infatti non prevede gli stessi interventi drastici su comuni più piccoli. Da qui la rivolta degli enti locali in dissesto conclamato. Alzare le tasse va bene, ma come si fa quando un comune è moroso di un anno sul pagamento dell’affitto per i palazzi della Questura o della Prefettura?

A Casal di Principe, il Sindaco vorrebbe riaprire il campo sportivo.

Per le pulizie delle strade, attualmente, può contare solo sulle braccia e la volontà di qualche volontario che si renda disponibile.

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