Published On: Sab, Lug 12th, 2014

“La distanza da Helsinki”, tra pedagogia e letteratura

Sguardo suadente, nasino all’insù, voce sicura. Si presenta bene, Raffaella Silvestri, finalista di Masterpiece e autrice de “La distanza da Helsinki”. La bella milanese, che nei mesi scorsi ha partecipato al talent per aspiranti scrittori edito da Rai 3, venerdì 19 giugno è stata ospite della libreria Ubik di Parma. Intervistata da Salvo Taranto e Gianni Bandiera, la giovane scrittrice ha presentato il suo libro e raccontato la propria esperienza in tv, che le ha fatto guadagnare la medaglia d’argento nel primo esperimento mondiale di talent-show per aspiranti scrittori. Masterpiece, nonostante i buoni ascolti della prima puntata (circa 700.000 spettatori) è poi entrato in un vortice di declino che ne mettono in dubbio una riedizione.

Con una severissima giuria formata da Andrea De Carlo, Taye Selasi e Giancarlo de Cataldo, il programma è stato il tentativo, assai difficile, di unire la cultura “alta” della letteratura a quella “pop” audio-visiva della tv. I concorrenti, dopo esser stati selezionati, hanno gareggiato in diverse prove a tempo che, come ha giustamente sottolineato Bandiera, valorizzavano più la capacità giornalistica che letteraria dei partecipanti. Il premio finale consisteva, secondo lo statuto del programma, nella pubblicazione di 100.000 copie del manoscritto del vincitore. A marzo è stato proclamato signore di Masterpiece Nikola Savic, di origine serba, cresciuto in Italia, noto ai più per la prorompente pettinatura “caparezziana”, autore dell’apprezzato “Vita migliore”. Ciò nonostante, gli editori del programma hanno poi deciso di pubblicare anche il romanzo della Silvestri, arrivata seconda dopo Savic. E quindi eccola lì, seduta nella saletta di Via Mazzini, ride imbarazzata dei tanti complimenti che le vengono fatti dai suoi interlocutori.

Ma chi è Raffaella Silvestri? Nata e cresciuta a Milano, e in particolare nella Milano patinata d’oro degli anni ’90, come sottolinea più volte durante la presentazione, Raffaella sin da bambina vuole fare la scrittrice, che secondo la mamma “non è un vero lavoro”. Studia al liceo classico Berchet, dove i muri rigidi della sintassi greca e latina non lasciano respirare la creatività, per poi iscriversi a lettere, facoltà in cui “paradossalmente non scriverai mai mezza riga”, contrariamente alle ambizioni bocconiane del padre. Poi, finalmente, via dall’urbe in una terra che “è diversa da qualsiasi altro posto possiate immaginare in Europa”, la Finlandia. Un anno di erasmus nella terra dei laghi e del silenzio, che non a caso compare come sfondo importante della storia poi sviluppata nel libro. Si trasferisce, quindi, in Inghilterra, a studiare marketing alla prestigiosa Università di Cambridge, trovando poi subito lavoro come manager in una multinazionale di cosmetici.

Il tempo passa per Raffaella e lei ne è ossessionata, è piena di rimorsi e sente che si sta lasciando sfuggire qualcosa. Al suo ventesimo compleanno confesserà ad un amico “oggi l’orologio della mia vita segna il primo quarto d’ora”. Arriva a ventott’anni insoddisfatta, corrosa dal rimpianto di non aver mai provato a rincorrere il proprio sogno. E poi giunge, inaspettato, Masterpiece. Viene selezionata e da lì comincia un’esperienza dolorosa ma formativa, in cui conosce da vicino il mondo della televisione e approfondisce la sua passione per la scrittura. “La distanza da Helsinki” le ronzava in testa da tempo, e finalmente il programma le ha dato la possibilità di inseguire la propria passione, di fare quel lavoro che secondo la mamma un lavoro non era: la scrittrice, a tempo pieno. “La distanza da Helsinki” è un romanzo di formazione, come dice la Silvestri, perchè scandisce e racconta l’adolescenza e il principio dell’età adulta di due giovani, europei entrambi, sì, ma diversissimi: Viola, italiana estroversa segnata dalla morte della madre, e Kimi, finlandese silenzioso e affetto da aspergia, che comunica a fatica ma canta il suo essere sulle note di un pianoforte.

In questo romanzo sulla necessità, sulla distanza, fisica ma sopratutto psicologica, tra gli esseri umani, sullo scorrere del tempo, la Silvestri sgocciola parti di se stessa sulla tela della storia, “rubando qua e la” esperienze personali e altrui, poi raccontate nel libro. Sul filo delle lancette spietate del tempo si snoda una storia illuminata a ritmo alterno dai fari intermittenti della speranza e del fato, che mettono in luce i momenti della vita in cui Viola e Kimi (così come Raffaella, e noi tutti) hanno preso le decisioni che li porteranno ad essere quel che sono nel capitolo finale. “Ci sarà un seguito?”, chiede qualcuno dal pubblico, mettendo in visibile difficoltà l’autrice, che poi risponde: “in effetti, con questo romanzo ho esaurito quel che avevo da dire sul tempo dell’adolescenza, ma non su quello della vita adulta”

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