Published On: Mer, Lug 23rd, 2014

La grande bugia del razzismo di Elvis

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di LORENZO DEL CANALE – Sulla figura del re del rock ‘n’ roll Elvis Presley si è già detto di tutto: biografie su biografie, indagini sulla sua morte che continuano ancora oggi e continue interviste a chi l’ha conosciuto da vicino.
Ma c’è una grande bugia che è stata perpetrata per lungo tempo: il razzismo verso gli afroamericani da parte del cantante.
Per confutare questa teoria bisogna partire dall’inizio; Elvis nasce nella piccola cittadina di Tupelo nello stato del Mississippi e durante l’adolescenza si trasferisce a Memphis nel Tennesse.
A quel tempo negli stati del sud erano ancora presenti tensioni tra i bianchi e gli afroamericani, ma Elvis viene cresciuto in una famiglia di gente di buon cuore che gli insegna a rispettare chiunque incontri sulla propria strada.
Il giovane Elvis si spinge molto oltre: già affascinato dalla musica appresa nei cori gospel della chiesa evangelista, comincia a frequentare i quartieri neri di Memphis.
Fa la conoscenza di molti artisti rhythm and blues che risulteranno fondamentali per la sua formazione musicale e si può addirittura dire che Elvis si senta più a suo agio con i neri: infatti la sua timidezza e l’eccentrico modo di vestire e acconciarsi i capelli lo fanno apparire parecchio strano agli occhi dei coetanei bianchi che frequenta a scuola. Questa sua attinenza a non fare distinzioni di razza e a rapportarsi ugualmente con qualsiasi persona lo pongono in maniera disinvolta anche nei confronti della musica, che in quegli anni era nettamente distinta tra musica bianca e musica nera.
Le prime illazioni sul suo presunto razzismo iniziano già dopo i primi successi che ottiene con la celebre etichetta Sun Records: nella scena musicale infatti vi erano già grandi artisti rock ‘n’ roll neri come Chuck Berry e Fats Domino.
Ma Elvis, grazie anche al suo sex appeal e alla sua formidabile presenza scenica, ottiene un successo molto maggiore di questi artisti; ciò non va giù a molti afroamericani che arrivano addirittura ad affermare che il cantante abbia rubato il rock ‘n’ roll ai neri.
Dall’altra parte i bianchi più conservatori e razzisti ritengono la sua musica e le sue movenze sintomo di depravazione e ritengono che una delle cause sia stata proprio l’assidua frequentazione dei quartieri afroamericani di Memphis.
La situazione rischia di precipitare quando, nel 1957, si diffonde la voce che si sia espresso in questo modo intervistato da un giornalista: “l’unica cosa che i negri possono fare per me è comprare i miei dischi e lustrarmi le scarpe”.
Elvis, incalzato dalla stampa, smentisce categoricamente questa odiosa affermazione e presto viene dimenticata da molti.
Tuttavia le calunnie sono dure a morire e rimane ancora una parte del popolo afroamericano che continua a ritenerlo un razzista.
Elvis da parte sua non smette mai di affermare ad ogni intervista il suo enorme debito verso il rhythm ‘n’ blues, musica inventata dai neri, e riceve il supporto e l’ammirazione da parte di moltissimi di loro, soprattutto grandi musicisti.
Sul finire degli anni ’60, nonostante il parere avverso dei discografici che non vogliono che lui canti canzoni “impegnate”, registra la splendida canzone “In The Ghetto”: il testo racconta, con grande trasporto emotivo, la situazione difficile di un ragazzo nero cresciuto nel ghetto di Chicago.
Durante il famoso concerto del 1968 “Comeback Special” esprime per la prima volta sul palco il grande debito che hanno tutti gli artisti rock verso la musica afroamericana con questa affermazione: “La musica è molto migliorata negli ultimi anni. I suoni sono migliori. I musicisti sono migliori. Conoscete i Beatles e i Byrds. Ma il rock ‘n’ roll, fondamentalmente, si basa sul gospel e il rhythm ‘n’ blues”.
Per lungo tempo, dopo la sua morte, smettono di girare le voci sul suo presunto razzismo fino a quando, nel 1989, esce il famoso brano dei Public Enemy “Fight The Power”, presente anche nella colonna sonora del film “Fai la cosa giusta” di Spike Lee.
Una strofa della canzone recita infatti: “Elvis per molti era un eroe, ma per me non è mai stato un cazzo, quell’idiota era chiaramente un razzista, è semplice e evidente. Era un figlio di puttana, come John Wayne”.
Questa parte del brano forse non deve essere presa così sul serio, essendo la provocazione talvolta gratuita un elemento caratterizzante di molte canzoni rap, ma dimostra come purtroppo le calunnie sul suo presunto odio verso i neri si siano comunque radicate nella cultura popolare.

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