Published On: Mer, Lug 2nd, 2014

Società partecipate: oscure e costose

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La Corte dei Conti parla di deficit di trasparenza, nel 2013 lo Stato ha speso 26 miliardi di euro.

È nella galassia delle società partecipate dallo Stato e dalla pubblica amministrazione che si nascondo sprechi, disfunzioni e zone grigie che rendono complessa e difficoltosa la revisione e la razionalizzazione della spesa pubblica in Italia.

È questo l’allarme che arriva dalla Corte dei Conti, che, rendendo noto il monitoraggio sulla struttura e sulla dotazione economica delle società partecipate dallo Stato e dagli Enti locali, spiega come sia necessario e non più rimandabile un “disegno di ristrutturazione organico e complessivo”. Nel report sono evidenziati prima di tutto i numeri: le partecipate sono in tutto circa 7.500, 50 dallo Stato e 5.258 dagli enti locali cui si sommano altri 2.214 organismi di varia natura (consorzi, fondazioni, associazioni). Si tratta però di una cifra incompleta, dal momento che le modifiche degli assetti societari sono frequenti e non è semplice ricostruire la rete di relazioni fra tali organismi e la pubblica amministrazione.

Quello che è evidente è invece il peso in termini economici per lo Stato: “Il movimento finanziario indotto dalle società partecipate dallo Stato, costituito dai pagamenti a qualsiasi titolo erogati dai Ministeri nei loro confronti ammontava a 30,55 miliardi nel 2011, 26,11 miliardi nel 2012 e 25,93 nel 2013; il “peso” delle società strumentali sul bilancio dei Ministeri è stato di 785,9 milioni nel 2011, 844,61 milioni nel 2012 e 574,91 milioni nel 2013. L’impatto sui conti pubblici è dunque notevole (e c’è da considerare anche la ripercussione sui contribuenti nei casi di cattiva gestione), anche considerando che molti enti operano in assenza di trasparenza e secondo percorsi “complessi ed oscuri”, tanto per citare la Corte. Così, affondano i magistrati contabili, “appare ineludibile una riorganizzazione che preveda regole chiare e cogenti, forme organizzative omogenee, criteri razionali di partecipazione, imprescindibili ed effettivi controlli da parte degli enti conferenti e dia a questi ultimi la responsabilità dell’effettivo governo degli enti partecipati”.

“Il disastro delle partecipate di Comuni e Regioni descritto dalla Corte dei Conti deve condurre ad inserire in Costituzione l’obbligo di mettere a gara i servizi locali come ha proposto il Nuovo centrodestra unitamente ad altri emendamenti che dispongono il fallimento politico degli amministratori locali in caso di dissesto sulla base dei costi standard”. A dichiararlo è stato il presidente del gruppo del Nuovo Centrodestra al Senato Maurizio Sacconi.

“La riforma – ha aggiunto- deve segnare la discontinuità con il tempo della finanza locale irresponsabile. Il Nuovo centrodestra chiederà il voto su questi emendamenti con la massima determinazione. I futuri senatori, dalle Regioni e dai Comuni, non potranno essere ambasciatori a Roma della spesa senza limiti”.

Altre reazioni?

“Per troppo tempo la politica, soprattutto negli enti locali, ha creato vere e proprie mangiatoie elettorali, che oggi si caratterizzano per assoluta mancanza di trasparenza, costi improponibili e servizi non resi ai cittadini”, commenta invece il presidente dell’Udc Gianpiero D’Alia, ex ministro per la Pa e la Semplificazione. “Il problema è che tutti i partiti, dal Pd a Forza Italia alla Lega, fanno finta di niente per proteggere centri di consenso e potere politico”, sottolinea Andrea Mazziotti, deputato di Scelta Civica e membro della commissione bilancio. Mentre la vicepresidente del Senato, Linda Lanzillotta, suggerisce: “Le aziende sane e produttive (e qualcuna esiste) siano valorizzate e per il resto si intervenga con decisione senza più cedere alle resistenze che hanno fino ad oggi vanificato tutti gli interventi legislativi di riduzione delle spa locali”.

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