Published On: Gio, Ott 23rd, 2014

La grande tenda renziana e il sonno della destra

Sono otto, ormai, i mesi trascorsi da quel fatidico 25 febbraio 2014, giorno in cui Matteo Renzi, neo-eletto segretario del Pd, si è insediato a Palazzo Chigi. Da allora ne è passata di acqua sotto i ponti, ma a pensarci bene l’avvenimento più interessante, dal punto di vista politologico, è proprio la trasformazione radicale che Renzi sta attuando nel Partito democratico.

Attraverso un disegno astuto (che sono convinto l’ex sindaco di Firenze covasse sin dal principio) il premier sta attuando passo dopo passo una vera e propria opera di ingegneria politica: sta abbattendo le mura portanti del suo partito e allargando il suo perimetro ideologico, che, fino a meno di un anno fa, circoscriveva un preciso elettorato con una precisa storia alle spalle, con chiaro riferimento alla sinistra post-moderna.

Renzi sta creando un partito piglia-tutto, o meglio un partito “grande tenda”, come già molti autorevoli opinionisti hanno puntualizzato. Altrettanti autorevoli opinionisti, poi, hanno avanzato l’ormai macero paragone con la vecchia Democrazia cristiana, anch’essa considerata, a suo tempo, un partito “grande tenda”, capace quindi di ospitare sotto il tetto di governo molteplici partiti.

C’è però una differenza fondamentale tra il Pd di Renzi e la Dc che fu: non va dimenticato, infatti, che tutti i governi della Prima Repubblica sono stati contraddistinti da una tacita, ma sempre viva, conventio ad excludendum: a destra come a sinistra. Se dunque l’alleanza atlantica (leggi Stati Uniti) impediva ai comunisti di entrare nella compagine governativa, la memoria storica su cui si reggono le istituzioni repubblicane poneva un fermo veto al neo-fascismo incarnato dai missini.

Questi fatti, dunque, atrofizzavano l’arco costituzionale dei partiti, tagliandone le ali più estreme nonchè più forti: inevitabilmente, essendo esclusi i partiti guida dei due poli, la destra e la sinistra moderata si accalcava al centro, dove la DC regnava incontrastata, accogliendo a braccia aperte socialisti, repubblicani, liberali e socialdemocratici, in un’accozzaglia ideologica che raggiunse l’apice della sua ipocrisia con i governi del Pentapartito, a partire dagli anni ’80.

Oggi, però, la situazione è molto diversa: è bene rendersene conto. Di partiti estremisti non ne esistono più (non con un seguito degno di nota, perlomeno) e questo facilità le cose. La grande tenda renziana, infatti, sta andando nella direzione di un bipolarismo di matrice anglosassone, auspicabile, vista l’efficienza dei sistemi inglese e statunitense, sotto ogni fronte. Che il Pd stia assumendo via via posizioni più liberali, coniugate a quelle originali socialdemocratiche, testimonia semplicemente il cammino verso la modernità intrapreso dalla nostra politica, per troppo a lungo ancorata a usi, costumi e tradizioni storiche quanto anacronistiche.

D’altronde lo stesso Obama, da ormai cinque anni, siede nello studio ovale grazie al supporto dei più svariati gruppi e movimenti di pensiero: dai vecchi liberals keynesiani ai nuovi e pragmatici democrats, nonchè liberisti di vario genere, anti-abortisti e chi più ne ha più ne metta. Non esiste più la politica ragionata per compartimenti stagni, arroccata sulle proprie inamovibili posizioni. Abbandoniamo ogni ipocrisia: fare politica significa fare compromessi (ma non compromettersi!) e questo Renzi l’ha capito, sta in ciò la ragione del suo successo. 

Il rischio della rinascita di un grande polo di centro, tuttavia, non è scongiurabile, ma non dipende nemmeno da Renzi. Le sorti dell’auspicabile bipolarismo italiano sono appese a un filo: il filo della destra. Il grande polo di centrosinistra è ormai quasi maturo, ma dov’è la sua alternativa di centrodestra? Dove stanno, per intenderci, gli equivalenti italiani dei conservatori inglesi o dei repubblicani statunitensi? La destra italiana è oggi assai lacera, e la mancanza di un’alternativa liberal-moderata a quella liberal-progressista attualmente al governo è ciò che, a lungo andare, potrebbe pericolosamente rafforzare il centro, ai danni della sinistra quanto della destra.

La speranza è che, il prima possibile, una destra integerrima, moderata e liberale si ridesti dal sonno a cui è stata condannata da vent’anni di berlusconismo, ormai nel pieno del suo autunno. C’è chi va dicendo, con non poco timore, che l’anti-Renzi si stia incarnando in Matteo Salvini, segretario di un partito xenofobo e nazionalista. Se dunque l’unica alternativa di destra “credibile” rimane la Lega Nord, lo dico molto francamente, ben venga la grande tenda di centro.

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