Published On: Dom, Ott 12th, 2014

Marco Vichi alla Ubik presenta la sesta, imperdibile, avventura del commissario Bordelli

La prima parola del romanzo è “mamma”. E non è un caso.

Fantasmi del passato” è un romanzo nostalgico, che guarda con occhi sognanti al passato, più per diffidenza verso il domani che per rimpianto di ciò che fu.

Lo ha rivelato l’autore stesso, Marco Vichi, al pubblico della Libreria Ubik, gremita di curiosi e appassionati come ogni sabato.

Dopo più di tre anni le indagini del commissario Bordelli tornano ad affascinare il pubblico, con un protagonista più che mai avvolto in una coltre grigia di malinconia.

Nella Firenze post-alluvione degli anni Sessanta, infatti, il commissario e il suo fido collaboratore si aggirano, e si dimenano, alla ricerca della verità su un caso di omicidio troppo banale per non apparire falso. Il cupo misfatto, tuttavia, e le relative indagini, sono solo uno sfondo, un pretesto, per l’autore. Marco Vichi, infatti, assicura di non appartenere al genere noir, né tanto meno di essere uno scrittore di gialli.

“Non ho niente contro questo genere di libri. E’ solo che non mi piace. Non mi piace affidarmi al meccanismo e ai tempi dell’indagine per costruire la storia: finirei per perdere di vista tutta l’umanità dei personaggi, tutta la loro ricchezza e complessità”.

Lo confessa senza remore all’intervistatrice Chiara Cabassi, a cui rivela anche, in questo senso, di muoversi sulle orme di Friedrich Dürrenmatt, scrittore svizzero che si serviva del genere poliziesco per raccontarsi da dentro, per riversarsi sulle pagine dei suoi fortunati romanzi.

Sono letture toccanti, quelle selezionate dalla Cabassi: estratti del romanzo che ne mettono in luce l’architettura profonda e sensibile, un’architettura bilanciata da slanci in avanti e indietro della memoria, tra una poesia di D’annunzio letta alla madre moribonda e la malizia dei fiorentini che commentano l’alluvione, quella che nel ’67 lasciò una spessa riga nera lungo i palazzi dell’antica capitale e che divise l’opinione pubblica tra maliziosi e buonisti. Il parallelo con quanto accaduto qui a Parma la settimana scorsa è immediato, e il commento di Vichi non si fa aspettare.

La Cabassi, infatti, puntualizza che l’ondata di volontari, soprattutto giovani e studenti, risultata fondamentale per ripulire il quartiere Montanara inondato dal Baganza, ha suscitato commenti di ammirazione ma non solo. I più malevoli, infatti, non è chiaro se membri dei media locali, hanno fatto notare come un numero indistinto di volontari, nelle pause, si attaccasse allo smartphone per immortalare il lavoro svolto a suon di selfie(s). “Che importa?” – attacca Vichi – “se hanno aiutato, che si facciano pure i selfie”. La sostanza, per fortuna, prevale sulla forma, persino per chi di forma si deve occupare per forza. Solo prosa, però, per il padre ideatore del solitario Bordelli.

“Ho provato a lungo a scrivere poesie, sulla scia di quelle di mia madre, ma invano”.

Sì, perché Vichi, pare, è figlio d’arte: la madre Paola Cannas, recentemente scomparsa, sin dalla tenera età scriveva poesie, oggi raccolte e pubblicate da Felici Editore. Non solo, grazie ai proventi donati da Vichi all’associazione parmigiana Filo di juta, dal 2014 una scuola allestita in Bangladesh, a Khona, porta il suo nome.

Si spiega bene, dunque, la scelta della prima parola che apre il romanzo. “Mamma”.

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