Published On: Mer, Nov 5th, 2014

Le parole e il linguaggio di Riina

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di Diego Remaggi – Una volta i mafiosi non parlavano. E questo è vero se si fa eccezione del mutamento culturale che li ha travolti a migliaia, aprendo tante falle nel muro di gomma che li ha contraddistinti per secoli.
Se però a parlare, in un disinibito borbottìo, è un capo come Totò Riina, le cose iniziano a cambiare davvero.
Per i capi come lui, le regole sono rimaste immutate e le sue parole restano intercettate durante l’ora d’aria nel carcere di Opera di Milano, sono una prova sprezzante come la minaccia di morte al pm Nino di Matteo. Sono milletrecento pagine, fitte, che nemmeno il più abile romanziere di mafia avrebbe potuto immaginare.
Per non lasciar parlare da solo contro i muri l’ex boss di Cosa nostra e stimolarlo a parlare, il direttore dell’istituto ha affidato il suo tempo libero ad un altro recluso, Alberto Lo Russo, della Sacra Corona Unita. Dal 2013 i due sono entrati così intimi che il mafioso pugliese è divenuto un fedele uditore delle ricostruzioni storiche di quella fonte d’archivio inarrestabile che è “il capo dei capi”.
L’intercettato è una fonte storica orale. I temi sono svariati. C’è la ricostruzione dell’omicidio del magistrato Pietro Scaglione, trucidato il 5 maggio 1971 a Palermo, in via dei Cipressi, insieme al suo agente di scorta Antonio Russo. Il magistrato si stava recando al cimitero per portare dei fiori alla moglie defunta. Un marito legato alla famiglia, anche se qualcuno ne ha fatto il simbolo di una istituzione ambigua, piena di mistero. E proprio in questo mistero si pone la prima questione di ciò che sono veramente mafia e mafiosità. Il meccanismo infernale e perverso che attraversa il cordone ombelicale dello Stato-madre.
Totò Riina, in arte “‘U Curtu”, sa di non essere cretino, ed è strano che alcuni giornalisti e le stesse istituzioni abbiamo pensato che la decisione dell’intercettazione non fosse stata presa da tempo e che il corleonese ne fosse all’oscuro. Tanto che questi non dice nulla che non avessero detto i giornali prima.
Fu Tommaso Buscetta a raccontare a Giovanni Falcone la decisa ostilità di Scaglione contro la mafia e della decisione presa dai corleonesi di Luciano Liggio e di Riina, con l’assenso di Pippo Calò, di far fuori il pericoloso ostacolo. A Scaglione fu data la colpa della mancata cattura di Luciano Liggio nel 1969. Su di lui furono scritte parole di fuoco dal parlamentare del Movimento sociale italiano, Giorgio Pisanò. Parole a vanvera, prive di riferimenti a prove.
Succede ancora oggi che lo Stato non riesca a fare chiarezza nemmeno in considerazione del carattere della vittima. Cosa che la dice molto lunga su collusioni e omertà delle istituzioni su una vicenda che è alla base della nostra storia repubblicana.
È normale pensare che nessuna novità ci sarà neanche dopo la promessa di desecretazione di Renzi degli atti sulle stragi. Non c’è stata e non ci sarà mai un’apertura degli armadi con gli scheletri. Sono armadi rovesciati con la faccia al muro e inchiodati. Casseforti, come quelle che contenevano le dichiarazioni di Gaspare Pisciotta sulla morte di Salvatore Giuliano, e di cui ancora oggi si sconosce totalmente la relazione scientifica della commissione che procedette all’esame del Dna di quel cadavere.
C’è poi un dato sostanziale nel linguaggio verbale e non verbale del capo corleonese.
Riina sa che la parola ha un senso in una società chiusa, come quella mafiosa, in cui di solito non si scattano fotografie o si scrivono molte carte. Contano di più i messaggi non verbali: indossare un vecchio abito, incedere lentamente, bisbigliare per far sentire all’altro che ti ascolta, il venticello della calunnia, della minaccia, della propria forza. Visto che la mafia uccide sempre due volte. La prima quando fa fuoco e la seconda quando mira a colpire la vita, il modo di esistere dei sopravvissuti. Il silenzio di Matteo Messina Denaro o di Riina è perciò analogo e opposto alla documentazione scritta. Tranne eccezionali registri di contabilità sostitutivi o integrativi della memoria orale.

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