Published On: Mer, Nov 5th, 2014

Nostalgia e disillusione in “Ritorno a L’Avana”

“Sempre devi avere in mente Itaca – 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca.”

Si chiama “Itaca”, la poesia da cui sono tratti questi versi, ed è stata scritta molti anni fa da Costantino Kavafis, scrittore e poeta greco del secolo scorso. Itaca è, per lunga tradizione, simbolo della casa, della patria lontana e del desiderio nostalgico. Non è un caso, dunque, che il nuovo film del francese Laurent Cantet, già premiato a Cannes per “La classe”, si chiami proprio “Ritorno a Itaca”, tradotto poi in Italia, chissà per quale bisogno, come “Ritorno a L’Avana“.

A ritornare a L’Avana, o in senso più metaforico a Itaca, è Amadeo, scrittore senza più inchiostro, partito alla volta della Spagna sedici anni prima. E’ l’occasione buona per riunire l’antico gruppo di amici, che si ritrova a parlare, cantare, bere e ballare ininterrottamente su una terrazza che domina il Golfo del Messico.

Whiskey, vecchie foto in bianco e nero, ma anche coca-cola e dischi americani, simbolo della trasgressione capitalista, sono i mezzi della rievocazione, gli strumenti della nostalgia che bussa continuamente alla loro porta. Il ricordo della giovinezza, gli ideali d’un tempo, la fede nella rivoluzione e la delusione del fallimento ricorrono continuamente, nelle loro conversazioni. C’è chi lo ammette, chi invece ancora non vuole cedere il passo alla realtà: il socialismo è morto e ha trascinato con sé tutta la miseria e lo sfacelo delle loro vite.

Lo stato sociale di Cuba ancora si regge in piedi sulle malconce gambe della storia, anestetizzate dalle liberalizzazioni avviate da Raul Castro negli ultimi anni. La verità, però, è che più di due generazioni di cubani hanno fatto da cavia all’esperimento mal riuscito del socialismo reale, a Cuba durato più a lungo del Muro di Berlino e dell’impero sovietico. Più di due generazioni di cubani sono cresciute nell’illusione dell’eguaglianza e della rivoluzione, poi travolte dalla dura realtà dei fatti.

Questa disillusione viene raccontata con maestria da Laurent Cantet, attraverso le vite e le parole di cinque amici cui la storia ha chiesto molto e concesso poco. Sulle note di “California dreamin’” dei Mamas and Papas, si snodano dialoghi malinconici, incorniciati da una semplice ed efficace scenografia: L’Avana, dall’alto.

E poco importa se, alla fine, la verità sul ritorno di Amadeo è un’altra, perché loro si sono ritrovati, hanno cantato, ballato, bevuto, hanno riso, hanno pianto e rievocato tutto il bene e il male che questo mondo gli ha dato. L’Avana è la loro Itaca: immensa, misera, splendida e disgraziata. Come la loro esistenza.

“E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.”

In sala dal 30 ottobre, “Ritorno a L’Avana” è un film raffinato, delicato, intenso.

Da vedere.

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