Published On: Mer, Gen 14th, 2015

Siria, a che punto sta il Paese in cui si addestrano i jihadisti

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Quasi 200.000 morti e oltre 3 milioni di rifugiati: è la Siria alla vigilia del quarto anniversario dall’inizio della guerra civile che oppone le forze fedeli al presidente Bashar al Assad e un ventaglio di formazioni ribelli, comprese quelle dell’Isis e di al Qaida.
Solo nell’ultimo anno, le ong stimano oltre 70.000 morti nei combattimenti, che proseguono ogni giorno, mentre il freddo di queste settimane miete altre vittime, soprattutto tra i bambini. Nel 2014, l’Isis ha lanciato un’offensiva che ha portato alla conquista di due nodi strategici, buona parte della regione di Dayr az Zor (est) e Raqqa, aree dove passano gli oleodotti. Grazie a questi, e prima dei raid della coalizione internazionale a guida Usa, si stimava che nel complesso i jihadisti riuscissero a incassare milioni di dollari al giorno con i proventi del petrolio.
Raqqa, considerata la ‘capitale del Califfato’ e quartier generale dell’Isis in Siria, è anche il luogo dove hanno avuto luogo le barbare decapitazioni di James Foley, Steven Sotfloff e probabilmente anche di un terzo ostaggio occidentale, David Haines.
In città, a Raqqa come negli altri centri urbani sotto il proprio controllo, l’Isis domina con il terrore. L’attenzione degli esperti militari è concentrata da mesi sull’avanzata del gruppo verso nord a Kobane, a ridosso del confine turco, e verso Aleppo, un tempo la più popolosa città siriana, 160 chilometri a est di Raqqa.
A Kobane, nome curdo di Ayn al Arab, che ha catturato per giorni l’attenzione mondiale la scorsa estate – con la famosa immagine della bandiera nera su una collina della città – l’avanzata dei seguaci di Ab Bakr al Baghdadi è stata per ora respinta dai miliziani curdi con l’ausilio dei caccia della coalizione.
Ad Aleppo la situazione è decisamente più confusa: i governativi di Assad, che formalmente controllano la città dopo aver rotto la’assedio dei ribelli un anno fa, danno battaglia sia alle formazioni ribelli legate all’Isis, ma anche a quelle del Fronte al Nusra, legato ad al Qaida, o ai battaglioni islamici. In campo con i militari di Damasco ci sono anche miliziani libanesi di Hezbollah, gli iraniani e combattenti sciiti arrivati fin dall’Afghanistan. La caduta di Aleppo nelle mani dell’Isis o di al Qaida potrebbe aprire ulteriori drammatici scenari nella regione già duramente martoriata in questi anni di guerra. E Idlib, unica città dove il potere è nelle mani delle formazioni ribelli ‘moderate’, potrebbe divenire il prossimo obiettivo dei jihadisti.
Il governo siriano, che secondo le agenzie Onu continua a utilizzare il gas cloro nei bombardamenti dal cielo, controlla non senza combattere le regioni chiave di Damasco e Homs fino a quella costiera del nordovest, storica enclave alawita. Patisce a sud di Damasco, nel Golan a due passi da Israele, dove al Nusra è sempre più forte e minacciosa.
La diplomazia internazionale persegue con tenacia la linea della soluzione politica, con in prima fila l’inviato speciale dell’Onu Staffan de Mistura, ma al momento non si intravedono spiragli dopo il fallimento dei colloqui di Montreaux e Ginevra. L’Unicef ammonisce che se non si porrà termine al conflitto, la vita di oltre 8,6 milioni di bambini nella regione sara’ distrutta da violenze e sfollamento forzato.

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