Published On: Mer, Gen 14th, 2015

Il Presidente che non c’è (e non ci fu)

 “Mi scusi Presidente
ma questo nostro Stato
che voi rappresentate
mi sembra un po’ sfasciato.
E’ anche troppo chiaro
agli occhi della gente
che è tutto calcolato
e non funziona niente.
Sarà che gli italiani
per lunga tradizione
son troppo appassionati
di ogni discussione.
Persino in parlamento
c’è un’aria incandescente
si scannano su tutto
e poi non cambia niente”.  

Gaber era schietto con le parole (oltre che dannatamente bravo), e al Presidente parlava chiaro, senza perifrasi. Non ne sono rimasti tanti con lo stesso coraggio.

Sono arrivate stamattina, puntualissime, le dimissioni di Re Giorgio (pardon, Presidente Napolitano), sincronizzate al secondo con la fine della presidenza italiana UE. Ora si aprono ufficialmente le “scommesse” sul suo successore

Già da tempo su ogni giornale e rivista, quotidiano o periodico, si tira a indovinare chi siederà, per i prossimi 7 anni, sul colle più alto di Roma. Pur rifiutando ogni “deriva presidenzialista”, le testate web più importanti stanno promuovendo da settimane un toto-Quirinale, con una folla ubriaca di protagonismo che partecipa alle votazioni online. Non c’è niente di sbagliato nel desiderio di partecipazione, nella voglia di contribuire al processo politico, nella curiosità di entrare nella “stanza dei bottoni”, ovunque essa si trovi. Non c’è niente di sbagliato, eppure quelle votazioni online hanno il demerito di illuderci che il nostro parere conti qualcosa, che le necessità di noi cittadini saranno messe al primo posto quando, a Montecitorio, il Plenum dei parlamentari voterà per il nuovo Capo dello Stato.

E non è così, sappiamo che non è così: i partiti, da sempre, votano secondo strategie e tattiche congeniali a loro e loro soltanto, eleggono uomini di fiducia, che rappresentano se mai l’unità del Parlamento, non certo quella nazionale (e non è la stessa cosa, guai a suggerirlo). Succedeva già negli anni ’60, quando Aldo Moro apriva a sinistra, dando il via alle danze di governo Dc-Psi, e si rafforzava a destra, facendo salire al colle Antonio Segni. Succedeva negli anni ’80, quando veniva eletto Cossiga al primo scrutinio, grazie a giochi di sottobanco che coinvolgevano tutto l’arco costituzionale, gaudente, dai liberali ai comunisti (gli stessi che ne chiederanno poi l’impeachment). Successe di nuovo nel 2013 quando, prima volta in settant’anni di Repubblica, veniva rieletto il presidente uscente: Giorgio Napolitano.

La Costituzione, come spesso accade, lascia campo libero alle più svariate interpretazioni: non vieta una rielezione, eppure sottolinea che “Il Presidente della Repubblica è eletto per sette anni” (articolo 85). Sorvoliamo su questo dettaglio, che qualcuno potrebbe etichettare come “puntiglioso e inutile formalismo”: il fronte retorico che in questi mesi si sta compattando, nei partiti e sulla stampa, rinforza la tesi per cui al Quirinale ci sale (e ci è sempre salito) chi fa comodo, chi tranquillizza, chi non si cura del rispetto delle regole, chi mette la propria carica a disposizione delle necessità di governo.

Anche la presidenza Napolitano non è (e non è stata) da meno. Riporto qui tre eventi che, lungo il fil rouge della giustizia “all’italiana”, marcano il continuo deragliamento di Napolitano dai propri binari: forse non sempre da quelli costituzionali, molto spesso da quelli morali.

Una ministra per amica. Nel novembre 2013, pochi mesi dopo lo scandalo estivo Ligresti-Fonsai, il guardasigilli Anna Maria Cancellieri viene intercettato mentre assicura alla moglie di Salvatore Ligresti (plurinquisito e padre di due carcerate, Giulia e Jonella, e di un latitante, Paolo ndr) “qualsiasi cosa io possa fare, conta su di me“. Giulia Maria Ligresti, poi, esce di prigione dopo appena un mese per problemi di salute, scontando il resto della pena ai domiciliari. Da destra e sinistra, urbi et orbi, si levano proteste e accuse indignate alla ministra, le cui dimissioni vengono richieste anche da Renzi. Napolitano non alza un dito e, anzi, auspica “il pieno sviluppo delle attività del ministro”. Tutto tace, l’indecenza avanza.

In principio era Gratteri. All’alba del governo Renzi il posto di guardasigilli doveva essere di Nicola Gratteri, magistrato antimafia da sempre impegnato nella lotta all’ ‘Ndrangheta, dal 2009 Procuratore aggiunto a Reggio Calabria, co-autore con Antonio Nicaso di svariati saggi sul fenomeno mafioso e, quel che è “più grave”, promotore di soluzioni di inasprimento per le pene del 416 bis, dell’associazione mafiosa, della riduzione delle possibilità di patteggiare per ottenere condanne più miti. Renzi, il 21 febbraio 2014, saliva al colle con una lista di nomi per il proprio governo, tra cui quello di Gratteri da destinare al Ministero della Giustizia, e ne scendeva con una lista diversa, da cui il magistrato era stato depennato e sostituito con Andrea Orlando, il pacato già Ministro dell’Ambiente nel governo Letta. “La regola non scritta per la Giustizia è mai un magistrato al ministero, mai. Questa è una regola insormontabile”. Il proprio veto, Napolitano, lo avrebbe giustificato così, lasciando non pochi dubbi sulle vere ragioni dell’opposizione al nome di Gratteri. Ci sono ben due precedenti di magistrati eletti a guardasigilli: il primo è Filippo Mancuso, ministro nel governo Dini, e il secondo è Nitto Palma, ministro nel governo Berlusconi IV, addirittura nominato dallo stesso Napolitano, durante il primo mandato.

La trattativa che non c’è (e non ci fu). Nell’ottobre 2013 la Corte d’Assise di Palermo convoca Napolitano come teste nel processo Trattativa (nell’ambito della così detta “Trattativa Stato-mafia”). Per mesi rimugina e nega di avere niente da riferire, per poi finalmente decidersi a testimoniare (più di un anno dopo!), rivelando importanti fatti taciuti per più di vent’anni sugli attentati del ’92 e ’93, sulle bombe di Roma, Firenze, Milano, sulle minacce e sugli “avvertimenti” allo stesso Napolitano, a Spadolini e altri. Ora aspettiamo, vedremo dove condurranno le indagini dei Pm.

Quel che è certo è che al Quirinale serve un garantista, un indipendente, un amante della Costituzione, un laico, un italiano vero, estraneo ai giochi e ai tatticismi dei partiti. Salirà mai, sul colle più alto di Roma, un soggetto del genere? Sarà mai in grado, il Plenum dei parlamentari, di eleggere un soggetto di questo tipo? Né burattino né burattinaio del governo: serve un Presidente che rappresenti la giustizia, non uno che la combatta, serve un Presidente che rispetti la Costituzione, non uno che la raggiri, serve un Presidente che insegua la Questione Morale, non uno che la infanga.

Parole al vento?

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