Published On: Mer, Gen 7th, 2015

La morte di un fumetto

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di DIEGO REMAGGI – Giusto poche settimane fa, ho terminato di leggere un romanzo di Jonathan Niven che mi ha fatto ridere tantissimo intitolato “A volte ritorno”, in cui si narra l’epopea di un redivivo Gesù Cristo inviato sulla terra da suo padre (Dio) per rimettere in ordine il genere umano. Nel racconto si ha la visione divertente di un allegro trentatreenne scapestrato, abituale fumatore di cannabis (assieme a suo padre) e impasticcato, che gira l’America a bordo di un bus, raccogliendo attorno a se il peggio dei bassifondi americani.

Ho letto ridendo a diverse pagine, immaginando le scene, riproponendo mentalmente le battute, cercando di aver davanti questo nuovo messia con la Gibson in mano come il vero dio di una delle religioni più importanti nel mondo.

Questo è accaduto perché mi è sempre piaciuto ridere, ho sempre letto libri che dentro se avevano un sapore dolce amaro della realtà, oppure guardato dei film che raccontavano in un modo totalmente disinteressato un mondo così fin troppo serioso.

Diciamo pure che l’arte, tutta, dalla pittura alla scrittura ha sempre lasciato che il sorriso sia nascosto tra le opere dei suoi figli più geniali – e mi vengono in mente le rime di Cecco Angiolieri o le ultime figure di Clet -, e che lo stesso venga capito, interpretato e goduto a dovere da chi ha una mente aperta, da chi capisce, nel bene e nel male, la gravità o leggerezza di una battuta; nel senso che anche – e soprattutto – un disegno cattivo può far ridere, ma non per questo deve essere minacciato.

Per il giornale che dirigo mi è sempre piaciuto perdere intere mezzore a creare il titolo della settimana, quelle poche parole destinate a destare un’acuto nei lettori che, legate all’immagine di copertina, dovevano dare il senso “giornalistico” della settimana in questione. Non un fumetto, ma quasi, perché chiunque, anche chi si annoia a leggere il giornale o legge sempre e solo la prima pagina, abbia un’idea di quello che in quel numero si vuol comunicare. ZeroSette non ha mai pubblicato vignette, ma è come se negli ultimi due anni e mezzo lo abbia fatto, ben sapendo che per poter prendere in giro qualcuno, la prima cosa è saper prendere in giro se stessi. Non le ha mai pubblicate tranne oggi.

Questo perché, oggi 7 gennaio 2015, un gruppo di terroristi armati ha assaltato la redazione del giornale satirico francese Charlie Hebdo uccidendo praticamente l’intera redazione al grido di “Allah Ahkbar”. E uccidendo, nuovamente, la libertà di espressione.

La capacità di ridere di un’immagine di poter raccontare un’epoca è veramente impressionante, e ancor di più la sua potenza di poter far ridere e arrabbiare al tempo stesso gli spettatori. Le religioni vogliono, ad esempio, degli spettatori buoni, vogliono che tu sia serio davanti a certe cose e più tollerante verso altre (il che, mi fa soggettivamente ridere), al tempo stesso i totalitarismi vogliono che tu sia fedele e serioso davanti all’immagine di un uomo anche se inciampasse su una banana e battesse forte il didietro (in Germania ci si riuniva in bar e teatri di provincia per fare cabaret con barzellette e battutacce su Hitler).

Chissà come mai nessuna delle due verità, proposta da religioni (estremiste) o totalitarismi ha mai una faccia sorridente.

Ci pensavano uomini liberi come i fumettisti di Charlie Hebdo a far ridere con la loro irriverenza, anzi, facevano di più: provavano a far pensare, a far sviluppare un senso di sé ai loro lettori, a creare uomini intelligenti abbastanza per capire da che parte stare.

E se ci fate caso, la libertà di espressione, di cui vi parleranno tutti in questi giorni, alla fine altro non è che la libertà di amare, sperare, credere e volere idealisticamente o meno un mondo migliore, dove a tutti (in questo caso alla parte più ragionevole dell’islamismo) spetta difendere con il proprio sorriso il proprio diritto all’esistere.

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