Published On: Dom, Feb 15th, 2015

Lesbismo e femminismo: alla Ubik si parla di identità, quella delle donne

Lei è giovanissima, timida di primo acchito, ma di quella timidezza tenace che si tradisce subito, dopo le prime dieci parole. Elena Lazzari è nata nel ’92 in un villaggio bresciano di 2000 anime, un paese “demenziale, dove si viene sempre riconosciuti e identificati in base agli altri: lei è sorella di Lorenzo, figlia di Cinzia, catechista di Giovanni, vicina di casa di Maria…una cosa straziante”. E forse allora è partito da qui, o meglio da lì, il suo desiderio di “decostruire” tutto ciò che la circonda: il linguaggio, gli schemi sociali, le norme etiche.

Una vita per decostruire” è il libro, edito da Epsil, con cui Elena ha tentato di imprimere su carta il fiume di pensieri che la travolge ogni giorno, nel suo “essere filosofa”, come si definisce lei, non senza una punta di giovanile audacia. “Una vita per decostruire” è il suo primo libro, e venerdì l’ha presentato alla libreria Ubik, in via Oberdan, con la psicologa Paola Montermini.

Innanzitutto “quale vita?“, chiede giustamente la Montermini, vista l’età dell’autrice.
Eppure Elena ne ha vissute di esperienze: il suo percorso inizia al liceo, quando si innamora della sua compagna di banco. “Un amore corrisposto e felice, che durerà tre anni”. Quindi il coming out a 15 anni, il calore di un padre comprensivo e il gelo di una madre riluttante, le male parole sussurrate in parrocchia e infine l’ostracismo di un paesino bigotto che sembra non mancarle affatto.

Oggi Elena Lazzari vive a Trento, studia filosofia ed è presidente dell’ArciLesbica cittadino, si inventa nuove parole ogni giorno per tentare di costruirsi una propria identità, combatte per i diritti di genere e per le battaglie LGBT.

Si definisce “femminista” e “lesbica”: la prima perché “significa stare al mondo con la coscienza di donna e incazzarsi per quello che ci circonda e che non va“, la seconda perché “non è la stessa cosa che dirsi omosessuale“: lesbica, dice Elena, ha un’accezione politica, implica un impegno civile e una coscienza attiva di donna combattente.

Elena è anche stata “poliamorosa“, o “poliamorista”, ovvero aderente ad un’idea di poligamia consenziente che però ha finito per starle stretta: oggi definisce i suoi sentimenti “LoveSake“, che richiamandosi a Oscar Wilde (che tuttavia si riferiva all’arte, “art for art’s sake”) concepisce l’amore come fine a se stesso. Elena parla di “Sfamiglia” e mette il suffisso “a” a tutte le parole generalmente maschili (presidente, dottore…) insomma si muove per ricostruire un mondo declinato al maschile che non le piace e anzi la indigna.

Si può essere più o meno d’accordo con le sue idee, tutto fuorché ortodosse, ma bisogna riconoscere una notevole grinta a questa giovane pensatrice, e sopratutto una creatività fuori dal comune: decostruire un’identità che si ritiene incongruente con se stessi non è impresa facile, specie in un mondo sempre più indifferente al particolare e al diverso. Elena Lazzari ci sta provando, ma la corrente contraria è molto forte.

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