Published On: Ven, Feb 20th, 2015

Un anno di #Renzi: cosa (non) ha fatto questo #governo

Ucciso un governo se ne partorisce un altro. Curioso come l’epoca della rottamazione sia cominciata con un omicidio politico: defenestrato il compagno Letta, il 17 febbraio 2014 Renzi saliva sul colle più alto per farsi incoronare premier. Allora regnava Napolitano, che dal Quirinale sbuffava sulla lunga sequela di fallimenti parlamentari. Ora ci sta Sergio Mattarella, la cui elezione viene plaudita, dalla grande stampa, come maxima auge del talento politico di Renzi. E’ passato un anno dal suo insediamento, e forse è il caso di dare qualche risposta a chi s’interroga sull’operato di questo governo.

L’inizio ufficiale dell’ Era Renzi è datato 22 febbraio 2014, quando l’ex sindaco fiorentino presenta a Napolitano il nuovo esecutivo: è il più giovane della storia repubblicana (età media 47 anni), il più rosa (8 ministri donne) e il più snello dopo il De Gasperi III (16 ministri in tutto, contro i 15 dello storico leader democristiano). Renzi, che detiene il record personale di premier più giovane della Repubblica, lancia l’hashtag #lavoltabuona, destinato a diventare un tormentone sul suo profilo twitter (seguitissimo: ad oggi, 1.642.454 followers!). Sarà #lavoltabuona anche quando il 28 febbraio rivela al mondo digitale il Jobs Act. Seguono accaniti scontri col sindacato e inizia a marcarsi la crepa che separa la corrente di governo dalla sinistra Pd. La riforma del lavoro tanto discussa entrerà in vigore solo a fine dicembre, tutta stropicciata da mille emendamenti. Sorpresa di Natale: il Jobs Act, alla fine, riguarda solo il settore privato e non include il promesso salario minimo. Sarà di nuovo #laSvoltabuona (notare l’aggiunta della “S”, sottigliezze da sofista digitale) quando il 12 marzo la Camera approva in prima lettura l’Italicum, la nuova legge elettorale che vuole istituire “il sindaco d’Italia”. Sistema prevalentemente maggioritario, la discutissima legge per mesi fungerà da contenzioso con Forza Italia, co-protagonista del Patto del Nazareno: opera in mille atti, la sua tragica fine, di shakespeariana memoria, è oggetto della recente critica giornalistica (leggi drammaturgica).

Mese nuovo, hashtag nuovi: ad aprile 2014 il premier, preso da un guizzo di creatività, lancia l’hashtag #oraics, che tuttavia verrà usato meno del precedente. Per Renzi  è l’#oraics quando il 18 del mese viene approvato il dl IRPEF: è il famoso bonus di 80€, che aumenta la retribuzione netta dei dipendenti con stipendi fino a 24mila euro. Non si fanno aspettare le critiche, da destra e da sinistra, a quella che appare come una mossa neanche troppo velata di pura demagogia, al pari del bonus bebè da 1000€ promosso nel 2002 dall’allora premier Berlusconi, bonus che peraltro Renzi ha riproposto, nel salotto comodo della Barbara nazionale, a ottobre di quest’anno: 960€ all’anno, per tre anni, alle famiglie con neonati a carico. Quarto e ultimo caposaldo della propaganda governativa è la riforma del bicameralismo perfetto. E’ il 6 maggio quando la Commissione Affari Costituzionali approva il testo base del governo sulla riforma del Senato: la proposta di Renzi e del suo entourage è di trasformare la camera alta in una camera delle autonomie, dove risiederebbero delegati dei consigli regionali preposti alla vigilanza e al controllo degli stessi consiglieri che li hanno eletti (questa è pura tautologia, che intervenga qualche bravo filosofo e glielo spieghi), privi di potere di veto sul governo (non potranno cioè votarne la fiducia) e interpellati solo per questioni di natura costituzionale. Un delirio di riforma: chi non ha perso la fiducia, ha perso le staffe, e spera in un rigetto della legge “dall’alto”, confidando in Mattarella.

Il resto è fuffa. Quando intervistati da giornali e talk-show, i magici renziani recitano a memoria la solita filastrocca, forse decretata in segreteria nazionale come la meno cacofonica: “Stiamo cambiando le regole del gioco(si riferiscono alle riforme di senato e legge elettorale), abbiamo fatto ripartire i consumi (fenomeno comune a quasi tutta la zona euro, quindi non certo dovuto ai vari bonus) e abbiamo interpretato la speranza del paese, infatti abbiamo preso il 40,81% alle europee” (quando a votare fu il 57% degli aventi diritto, il che riduce il consenso ottenuto dal Pd a circa il 20% del totale degli italiani: non lasciamoci abbindolare dal fascino delle statistiche!). Le cose importanti, insomma, non sono state fatte. Non è stata fatta la riforma della giustizia, tanto per cominciare, attorno a cui si è visto un battibecco tra governo e magistrati e niente più. Non è stata fatta la spending review, Carlo Cottarelli è stato rispedito a Washington senza troppe cortesie e le sforbiciate alla spesa pubblica più lineari di così solo col righello. Non è stata fatta la legge per le unioni civili, promessa in autunno sul modello tedesco e mai varata: un po’ per menefreghismo, un po’ per mobbing di Alfano e partitini di destra annessi. Non è stata fatta neppure la riforma dell’istruzione, promessa in estate e lasciata a far la muffa sul sito (very bello, pure quello) de labuonascuola.it, in attesa che la titolare del ministero decida a che partito è più conveniente essere iscritta.

Eppure le promesse del premier ce le ricordiamo bene. Ci ricordiamo ad esempio che, in piena campagna elettorale, Renzi prometteva di portare a casa le riforme in 100 giorni, una riforma al mese: faccia di bronzo, sorrisetto beffardo, dita incrociate dietro alla schiena e via. Quando se la vide brutta, verso fine estate, i 100 giorni decuplicarono magicamente, diventando 1000 (sottesa qui l’ambizione di un governo di legislatura). Tante chiacchiere, tanti sorrisetti, molte public relations, troppi hashtag e altrettante balle: il bilancio del primo anno di governo Renzi è questo, ben nascosto dalla retorica ipocrita del decisionismo. Tralasciamo poi, per presunzione d’innocenza, i vari scandali e scandaletti che con insipiente arroganza si è tentato di nascondere alla bella e buona, dalla depenalizzazione dei reati fiscalial caso di papà Boschi e del dl banche popolari, per non parlare della questione partite iva, che ha visto il governo recitare un quotidiano e patetico mea culpa per poi lasciare che il Parlamento ripulisse i suoi pasticci finanziari. A un anno dal suo ingresso a Palazzo Chigi, Renzi ha ormai palesato la sua tattica di gioco: machiavellica, vendicativa e più atta all’autopreservazione che alla costruzione; ha dimostrato a tutti che la politica è una giungla e che chi non ruggisce perisce. Lui sta ruggendo, parecchio, e intorno tutti tacciono.

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