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Lo scorso 14 febbraio, presso la capitolina libreria Griot, é stata presentata la prima traduzione in italiano delle liriche appartenenti al poeta libanese Talal Haidar (nato nel 1937) ed uscita grazie alla casa editrice Q. Suddetto evento si é svolto alla presenza dell’ autore della prefazione, Simone Sibilio, nonché di Rami Haidar, figlio medico del poeta, che vive in Italia dal 1977. Entrambi anche traduttori, hanno offerto il primo suono occidentale alla raccolta poetica del 1972, intitolata  ‘Bayya’ al-zam an  (Il venditore del tempo), a cui seguirono altre due collezioni,  ‘E’ giunta l’ora’ (An al-awàn , 1991) ed ‘Il segreto del tempo’  (Sirr al-zamàn , 2009).  La personalità di Talal Haidar é alquanto complessa, poiché non é solo poeta, ma anche filosofo, giornalista, autore di musical teatrali e di sceneggiature cinematografiche. Haidar ha scritto anche testi per le canzoni di popolari cantanti arabi, come Fayruz e Marcel Khalifa, ed é considerato il diretto continuatore di altri poeti, come Michel Trad (1912) e di Said ‘Aql (1911-2014). Tuttavia, al contrario di quest’ultimo, che  voleva affrancare il dialetto libanese dall’arabo (perfino proponendo un alfabeto a caratteri latini) per Haidar il vernacolare non é da considerarsi una dimensione linguistica  marginale e satellitare rispetto a quella standard ed ‘ufficiale’. Del resto, la costituzione libanese mira a salvaguardare l’arabo non tanto dal dialetto libanese, quanto semmai dal francese, un lingua spesso preferita, per ovvie motivazioni, dalla comunità cristiana. Il francese prese piede nel territorio libanese poiché i re di Francia, dal XVII secolo, avevano scelto l’impero ottomano (che si impose in questa zona dal 1516 al 1916) per meglio contrastare l’ impero asburgico. Anche dopo la caduta degli Ottomani, che avevano costituito la cosiddetta ‘Grande Siria’, i francesi mantennero la loro influenza (col noto ‘mandato francese’) finché il Libano riottenne la sua indipendenza nel 1943, ovvero quando la Francia fu a sua volta indebolita dal regime nazista. Il fatto che il Libano dimostri questo attaccamento alla cultura francofona non desta quindi meraviglia, poiché i francesi non si presentarono come colonizzatori, ma si posero semmai come continuatori di una cultura precedente a quella araba-islamica (quest’ultima sopraggiunse soltanto nel VII secolo). Le origini dei libanesi erano fenice, e vennero poi a contatto con la cultura persiana, greca e romana. I libanesi erano quindi ben consapevoli di quel legame con le lingue romanze (ovvero derivanti dal latino) che non si esplicava soltanto nella frequentazione di scuole francesi, ma anche nei contatti commerciali con la nostra penisola, ed in particolar modo con Venezia. Simbolico rimane anche, all’inizio del Seicento, il sodalizio anti-ottomano fra il granduca di Toscana Cosimo II e l’emiro libanese Fakl al-Din II. Le mitiche immagini bibliche e cristiane che compaiono nei  versi di Haidar (come Noé, Cristo, i Re Magi, la Maddalena) vanno quindi interpretati alla luce di un paese che é, ed é sempre stato, crocevia di lingue e culture diverse. Pur tuttavia, lo spirito lirico che vorrebbe snodarsi, con fiducioso ottimismo, dai provincialismi e dai confini territoriali, deve ugualmente venire a capo con l’inelluttabilità della storia, e col grave e malinconico incombere della guerra civile. Nel 1948  giunsero in Libano (che faceva parte della cosiddetta lega araba) moltissimi profughi palestinesi, che fuggivano dal nuovo stato indipendente d’ Israele. Analoga ondata migratoria si ebbe nel 1967 (sempre a causa del conflitto arabo-israelita) e nel 1970 (quando la monarchia di Giordania svolse un’azione difensiva nei riguardi di ribelli organizzazioni palestinesi). Di conseguenza, dal 1975 al 1990  il Libano venne lacerato dalla guerra civile,  senza che l’esercito nazionale libanese fosse in grado di fronteggiare le varie rappresaglie. Se la popolazione locale di matrice musulmana si pose a fianco dei palestinesi,  i cristiani, per reazione, preferirono schierarsi con gli israeliti. Pur tuttavia, é anche vero che questa guerra ebbe risvolti più complessi, ed anche il meccanismo delle alleanze diede luogo a diversi scenari. La poesia di Haidar, che voleva rimanere fluttuante, sospesa in una dimensione quasi surreale, deve quindi iniziare a scontrarsi con quel  ‘venditore del tempo’ che potrebbe essere variamente interpretato. Potrebbe trattarsi di un Dio severo, che offre la vita a costo di grandi sofferenze, ma anche di un Dio il cui nome viene ancora una volta strumentalizzato per seminare morte e distruzione. Il venditore del tempo richiama anche le sembianze di un commerciante proveniente da mondi lontani,  e quindi coinvolto, come nella parabola del Buon Samaritano, in questioni separatiste ed etniche. Oppure potrebbe anche simboleggiare la morte stessa, che rosicchia lo spazio intorno alla nostra esistenza, centellinandola e rendendola troppo preziosa poiché troppo breve. L’incombere della guerra civile, che in questa prima collezione poetica non assume ancora un contorno concreto e visibile, ma solo l’aspetto di inquietanti premonizioni ed interrogativi, mette tutto in discussione, riducendo anche l’essere umano ad un’ entità confusa, smarrita, straziata. L’ inimicizia produce solo spiriti insensibili, interessati, mercenari, e questo sembra trasmettersi dalla terra al cielo e viceversa, annichilendo un senso di provvidenzialità e di speranza. Termini che richiamano il transito da uno spazio all’altro, o l’insediamento in altre terre, non possono che potenziare un senso di dislocazione, di non appartenenza, che si attenua soltanto nell’oblio, ovvero nel mettere da parte il passato grazie ad un sonno non resolutivo, ma comunque consolatorio:

Come questo oblio che viene dai campi

cosi l’ amore somiglia alla morte

e parlano le notti smarrite tra le pietre:

gli arriverà questa voce?

Sotto gli alberi

si china a raccogliere foglie di fuoco

piangi per loro, o soglia della casa

digli: ‘andatevene!’

digli: ‘restate’

disperdili nel vento

la notte dischiude una luna dopo l’altra

e chi dalla rugiada esce 

s’insedia nella fredda terra del sonno

restano sulle foglie gocce di pioggia?

Emigrano gli uccelli 

resta solo il gelo a cantare

cogliete rose per l’oblio

la morte decora le foglie sul nastro del tempo.

(Talal Haidar, ‘Rose per l’oblio’, Il venditore del tempo, Novembre 2014, Edizioni Q, p.69)

 

Un tema ricorrente in queste liriche é l’infanzia, poiché i bambini sono le più grandi vittime della mancata collaborazione fra le nazioni. Privati dei loro sogni, e costretti ad armarsi, i bambini perdono ogni legittimo diritto all’armonia, agli affetti, all’istruzione, alla creatività. Pertanto, quei piccoli che dovrebbero restare, e diventare una rigenerante speranza per il futuro, scompaiono come folletti, trasferendosi a loro volta in altre dimensioni sconosciute, seppur connesse, in qualche modo, ad una natura che é spia di altri mondi:

 

Ombra, che calpesti il terreno del giorno

afferra la loro assenza

e accendila col fuoco

come rose nell’acqua

come i bambini in attesa dell’ombra

si piegano

e adagio, raccolgono i loro volti

chiamateli

nessuno di loro é rimasto?

Chiamateli, o terra

le porte si chiudonoe risponde l’eco

chiamateli, nessuno di loro é rimasto!

Il vento soffia e batte sulle finestre

pensa che siano qui

o vento, strapperai le finestre

credimi, non sono qui

il freddo consuma le pareti, a poco a poco

il vento frantuma le porte

hanno scritto i loro nomi su foglie d’autunno

e sono andati via, nel bosco.

(T. Haidar, ‘Chiamateli’, op.cit., p 83)

 

Haidar, nel rivolgersi all’infanzia, alterna un tono più apprensivo ad un altro più pacato, dai tratti ingenui, candidi, incantati:

 

C’era un bambino

addormentato ai bordi di un letto

sotto una coltre di uccellini

sui suoi quaderni imbrattati, non c’erano pensieri

né i gufi spaventavano il suo libro,

nelle sue tasche miriadi di stelle.

(‘C’era un bambino’, op. cit. p. 115)

 

Queste liriche, come ho già accennato, attingono anche alla più semplice quotidianità, come ad esempio l’usanza legata al caffé, che nella seguente composizione (come ha evidenziato Rami Haidar) simboleggia, accanto ad altre immagini poetiche, il confronto fra due diverse mentalità, ovvero quella del mondo orientale, con la sua calma ed il suo silenzio, a ridosso di quella occidentale, con la sua efficienza e la sua dinamicità:

 

Alberi di caffé

Fra me e te alberi di caffé

semi di cardamonio 

e fiori nel sonno

fra me e te nove montagne

arabi e deserto

l’assenza di un giorno

fra me e te un colpo di lancia

un cavallo e una spada

l’assalto del mattino

fra me e te il volo d’ uccello

e tutti invocarono la separazione

mi ha colto come un fico d’ India

la voce di chi in Iraq cantava.

 

Se la tua dote fosse una città

e le tue nozze fossero a Damasco

al galoppo giungerei da te

per donarti le chiavi di Gerusalemme

per te ruberei una foresta

ruberei un genio

e all’albero del mare appenderei per te collane di corallo.

(T. Haidar ‘Alberi di caffé’, op.cit., p.109)

 

L’amore in Haidar é inteso soprattutto nella sua accezione umanitaria, universale, che abbatte le distanze fra vecchi e giovani, fra ricchi e poveri. Tuttavia, questo spirito democratico é nuovamente offuscato dal malinconico velo di precarie circostanze temporali, in cui vige incomunicabilità e misera solitudine esistenziale:

 

Portami con te amore, portami in giro

i tuoi segreti sussurrami piano

cancella i giorni con le tue piccole mani

cosa é diventata questa vita, non so

germoglia al cielo in tante lune.

Amore, un tempo il mio petto era un tappeto

si sfilaccio’ e divenne terra, canto di un povero

portami con te amore, portami e vola

portami come un bastone, la storia di un cieco

le tarme vagano tra le doghe del letto

la voce di un vecchio che chiede di un altro. 

(T. Haidar, ‘Amore’, Op. cit., p. 43)

 

Il più grande sentimento di rammarico si volge al pensiero di una Palestina che sta perdendo la sua identità, che rischia di non avere più confini e memoria.Quando Haidar scrive la sua prima collezione poetica erano trascorsi cinque anni dalla cosiddetta ‘guerra dei sei giorni’, che avvenne nel giugno 1967. In questo sanguinoso frangente la maggior parte della Cisgiordania (che corrisponde, con l’esclusione di Gerusalemme, agli evangelici contesti ad ovest del fiume Giordano, vale a dire alla Giudea ed alla Samaria) venne occupata dall’esercito israelita, e medesima sorte ebbe la Striscia di Gaza  Anche quest’ultima é quindi da ritenersi, ancora oggi,  territorio occupato, seppur il movimento arabo-palestinese di Hamas abbia vinto le elezioni parlamentari del 2006 e seppur l’ ONU  lo consideri uno stato semi-autonomo. Nella suggestiva poesia dedicata alla Palestina, il poeta lancia un discreto appello di pace, che rende questa poesia ancora tristemente attuale, e personalizza questo territorio come se si trattasse di un viso di donna, che evoca immagini e ricordi, a volte più rassicuranti e distesi, ed a volte più angoscianti e brutali:

 

Il tuo viso, una torre che ho eretto e riempito d’armi

il tuo viso, greggi di pecore sul monte delle mele

il tuo viso, un ariete che grida in preda al terrore, bestia

il tuo viso, Palestina, é vetro

un anello d’oro, un soppalco, un baule del corredo

il tuo viso, il saccheggio dei campi

l’albero del sonno, qui davanti

il tuo viso, la Sublime Porta

il tuo viso, pastori al pascolo

e tu

libro di storie e re del tempo

sei il tatuaggio

su mani di nomadi persi nel buio

tu sei il tuono

che s’abbatte sul suo monte

sei la torre prossima

ad essere eretta

il tempo del pianto verrà

su ogni casa

Gerusalemme, apri le porte

digli di entrare.

(T. Haidar, ‘Palestina’, op.cit., p. 97)

 

Il prossimo 17 maggio, domenica pomeriggio, presso la libreria Mondadori di Eurotorri verrà presentato il libro: “Il venditore del tempo”alla presenza di Simone Sibilio, co-traduttore, e Rami Haidar. Presenterà la giornalista Maria Grazie Villa.

 

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