Published On: Mer, Mag 20th, 2015

Ma non chiamatelo reddito di cittadinanza

Loro lo chiamano reddito di cittadinanza, ma il nome è improprio. La proposta del Movimento 5 Stelle è lecita e giusta, ma il nome comunemente diffuso e dai grillini stessi usato è erroneo e foriero di confusione, meglio far chiarezza sui termini. Ciò che corrisponde al nome di “reddito di cittadinanza” è una cifra di denaro versata regolarmente dallo Stato ai suoi cittadini, senza nessun tipo di distinzione, né di reddito né tanto meno di patrimonio. Unico requisito necessario è l’avere la cittadinanza dello stato in questione.

Un sussidio statale così inteso è ovviamente impossibile, al pari della pace nel mondo e dell’oscar a DiCaprio, oltre che un’ingiustizia assoluta, tant’è che non è attualmente in vigore in nessun paese del mondo. Se lo fosse, per esempio, Silvio Berlusconi e un suo addetto alle pulizie negli uffici di Mediaset riceverebbero uno stesso ammontare di denaro da parte dello stato, per il solo motivo di essere entrambi italiani. Oltretutto, una politica sociale di questo genere verrebbe a costare circa 300 miliardi di euro all’anno, quasi il 20% del PIL. Lo hanno calcolato gli economisti Tito Boeri e Roberto Perotti: anche in tempi di vacche grasse sarebbe infattibile, figurarsi allo stato attuale.

Quello proposto dal M5S, richiesto a gran voce da oltre 2 anni e suffragato nelle scorse settimane dalla marcia Perugia-Assisi, è in realtà il reddito minimo garantito, una misura civilissima di welfare prevista in gran parte delle democrazie più avanzate: tutti in Europa, dalla Scandinavia al Portogallo, sono provvisti di un sussidio di questo tipo, fanno eccezione solo l’Italia e la Grecia, eterni ultimi della classe. La proposta di legge del M5S prevede di garantire un reddito minimo a chi è disoccupato, pensionato o a basso reddito, erogato in toto, o in parte, fino a raggiungere i 780euro mensili dichiarati dall’ISTAT il minimo necessario per condurre una vita dignitosa.

I requisiti per l’ottenimento del sussidio, secondo la proposta dei grillini, sarebbero l’aver compiuto la maggior età, essere residenti sul territorio nazionale da almeno due anni, l’aver percepito un reddito di almeno 6000 euro annui nell’ultimo biennio e, in caso di età compresa tra i 18 e i 25 anni, l’aver conseguito un diploma o qualifica professionale riconosciuta dall’UE. Il sussidio, inoltre, è concepito come un insieme di impegni reciproci tra stato e cittadino, tra cui quello di non rifiutare più di tre offerte di lavoro trovate dai centri per l’impiego, frequentare corsi di formazione e fare lavori socialmente utili per otto ore settimanali, misure atte a smentire chi punta il dito contro un apparente assistenzialismo. A sostegno della proposta si sono da subito schierati Sel e la minoranza del Pd, che come è ormai noto non contano granché nell’emiciclo, mentre la posizione del governo al riguardo non è ancora stata definita. Anche il sopracitato Boeri, che già faceva proposte analoghe prima di essere scelto da Renzi come numero uno dell’INPS, ha auspicato l’introduzione di un reddito minimo per combattere la povertà che, nonostante il segno più davanti allo zerovirgola di crescita del PIL sbandierato da Palazzo Chigi e propaggini mediatiche annesse, rimane un problema serio da affrontare con misure serie.

L’ostacolo maggiore, anche nell’ipotesi in cui il fronte Sel-M5S-minoranza dem avesse i voti per approvare la legge, è costituito ovviamente dalle coperture finanziarie. Grillo e i suoi snocciolano un elenco poco credibile di fondi derivabili da imposte varie, che spaziano dal gioco d’azzardo al petrolio, da aggiungere ai tagli ai fantomatici costi della politica, alle spese militari, agli sprechi della pubblica amministrazione e last but not least ad una patrimoniale da 4 miliardi. In tutto, sostiene il M5S, la misura costerebbe all’erario 19 miliardi: una cifra da capogiro, se si considera che la voragine nei conti pubblici spalancata dalla Consulta con la sua recente sentenza sulle pensioni ammonta a circa 10 miliardi. E già qui il governo si sta mettendo le mani nei capelli, non sapendo dove andarli a pescare ed essendo formalmente obbligato a rimborsare i pensionati colpiti dal blocco alle indicizzazioni nel 2012.

La prassi e le priorità della politica, ancora una volta, si distanziano da quelle della società civile, interpretate, a ragione, dal Movimento 5 Stelle. Non potevano scegliere momento peggiore per combattere una delle loro battaglie migliori. Un consiglio, oh grillini: non chiamatelo reddito di cittadinanza, ma nemmeno reddito minimo garantito. Ora come ora, chiamatelo utopia.

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