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Sono ore decisive per il piccolo aeroporto Verdi di Parma. L’11 giugno si riunisce il consiglio di amministrazione di Sogeap, la società di gestione dello scalo e all’ordine del giorno c’è il reperimento immediato di nuove risorse per garantire l’operatività. Con una sola alternativa, l’apertura delle procedure per la liquidazione della società.

Una scelta, quest’ultima, che porterebbe alla chiusura dello scalo, uno dei quattro aeroporti dell’Emilia Romagna, da tempo avvitato in una profonda crisi che potrebbe sfociare nella perdita da parte della città emiliana di una importante infrastruttura.

Questo nonostante la sponda istituzionale offerta da Comune, Camera di Commercio e Regione, enti persuasi che lo scalo rappresenti un fondamentale servizio per la crescita del territorio. Una opinione condivisa dalle parti economiche ma che finora non ha portato a risultati concreti se non a un impegno, per una ricapitalizzazione di 2,5 milioni, da parte dell’azionista di maggioranza, la banca austriaca Mainl Bank, e da parte degli altri soci privati che controllano Sogeap.

La soglia minima di passeggeri che potrebbe consentire allo scalo di competere in Italia e in Europa è di due milioni. Numeri che al momento sembrano davvero impossibili da raggiungere. L’aeroporto oggi ne conta circa 200mila e con un fatturato che non supera i due milioni deve fare i conti con un disavanzo che raggiunge quasi il doppio. Il Governo lo ha inserito tra gli scali di interesse nazionale, ma i paletti fissati dal ministero alle Infrastrutture per il mantenimento della qualifica sono tali da porre un ostacolo considerato quasi insormontabile.

Le condizioni poste sono due: la specializzazione e la dimostrazione che lo scalo è in grado di raggiungere l’equilibrio economico-finanziario nell’arco dei tre anni.

Vincolo che spiega l’affannosa ricerca di investitori che negli ultimi mesi ha impegnato Sogeap, Comune e Provincia di Parma. Ma proprio gli azionisti pubblici (tra i quali la Camera di Commercio) non possono fare leva sulla ricapitalizzazione, bloccati dagli steccati normativi. Il tentativo fatto è stato quello di raccogliere sostegno istituzionale anche fuori dai confini provinciali, dall’hinterland di Reggio Emilia alla bassa Lombardia, intercettando interesse da parte delle aree che potrebbero trarre giovamento dalla vicinanza di un aeroporto. Ma, per ora, senza veri risultati.

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