Published On: Dom, Giu 21st, 2015

Schengen divide gli anti-Europa, ma compatta la destra

L’affaire Ventimiglia è destinato a lasciare il segno: è l’ennesimo schiaffo al progetto europeo ad opera, peraltro, di un governo socialista di un paese “costituente” dell’UE come la Francia. L’intera faccenda è un Giano bifronte: da un lato c’è la querelle giuridica, dall’altro quella politica. Sulla prima ancora si discute: l’eurodeputato Pd Brando Benifei ha indirizzato un’interrogazione alla Commissione europea, chiedendo all’esecutivo UE di chiarire se Schengen è stato violato o meno. Di dibattiti tecnici al riguardo, tuttavia, non ne sono scoppiati, di giuristi che si esprimono pro o contro la violazione giuridica non ne stanno emergendo. E forse è significativo, a riprova che a contare davvero è la seconda, più controversa, faccia del Giano: quella politica.

Da tenere sempre a mente: il diritto è il cemento, la politica è il mattone. E in questo caso, risulta evidente, i mattoni si stanno sgretolando senza sosta, poco importa se il cemento tiene. Il fenomeno è inversamente proporzionale: alla decrescita diffusa del sentimento pro-Europa corrisponde un’inflazione elettorale dei partiti anti-UE. E se alle europee 2014 l’opposizione alla moneta comune e ai vari dogmi di bilancio pubblico compattava il fronte euroscettico, l’impugnazione della (non) politica estera UE ne segna la prima frattura interna. Da un lato ci sono i populismi in salsa sinistrorsa come Syriza e Podemos che si oppongono all’ austerity europea e non all’Europa, all’idea fiscale europea e non a quella di comunità. Dall’altro, a destra, si stagliano i vari nazionalismi comunemente definiti xenofobi/razzisti/neo-nazifascisti, radicalmente critici della concezione di Stato europeo a cui contrappongono l’idea novecentesca dei confini nazionali ben marcati. Se prima, con non poca reticenza, li si poteva buttare tutti nello stesso calderone anti-sistema, ora le differenze tra i vari movimenti anti-europei stanno emergendo, ed è bene tenerle a mente.

Il suddetto fronte procede spedito e deciso, passando in rassegna uno ad uno i trattati più importanti del pluridecennale progetto europeo. Dopo la tappa critica al Trattato di Maastricht però, trasversalmente dipinto come il diavolo, il fronte euroscettico perde un pezzo; alla seconda casella di questo gioco dell’oca, infatti, il codazzo populista giunge senza la sua ala sinistra, presto rimpiazzata grazie alla minaccia migratoria incombente, che ricompatta le file della destra. Gli Accordi di Schengen sono il prossimo (ormai attuale) bersaglio, e non c’è bisogno di citare Marine Le Pen in fatto di immigrazione. Ora però anche tra i neo-gollisti i nervi stanno cominciando a saltare. Un anno fa Nicolas Sarkozy invocava una revisione del trattato: addio a Schengen 1 e avanti con Schengen 2, più restrittivo, «al quale i Paesi membri non potranno aderire senza aver prima adottato la stessa politica d’immigrazione». Sperava in un’intesa con l’alleata Merkel, ma di là dal Reno, si sa, l’ortodossia europea non si mette mai in discussione, e dopo l’affaire Charlie Hebdo la cancelliera si affrettò a dichiarare, invece, come fosse «importante che attraverso Schengen si scambino informazioni», per cooperare contro il terrorismo e altre minacce.

Piuttosto, una spalla al crescente anti-europeismo francese giunge da oltre Manica, dalla Gran Bretagna a guida conservatrice. Sin dal suo primo insediamento nel 2010, infatti, il premier David Cameron si è proposto come erede smart di Margaret Thatcher, che a suo tempo si rifiutò di sottoscrivere gli Accordi di Schengen. Così il Regno Unito e l’Irlanda divennero gli unici stati membri non aderenti al trattato di libera circolazione. In politica estera la sacra triade della Lady di ferro si articolava in Stato-Sicurezza-Confini, ferma nella sua convinzione che nessun popolo europeo potesse permettersi la leggerezza di un certo solidarismo mondialista, facilmente ritrattabile in preda agli spasmi di una qualsiasi emergenza. E dunque, nonostante l’aspetto bonario privo di quel cinismo tutto tatcheriano, in fatto di immigrazione il premier inglese è fedele alla tradizione Tory: sì alle risorse, no alle quote; nemmeno da ribadire il costante rifiuto di Schengen.

Ruben Zaiotti, direttore del European Union Centre of Excellence e blogger su Schengenalia.com, afferma che Schengen avrebbe una natura elastica, flessibile: gli architetti istituzionali lo progettarono con anticorpi giuridici in dotazione, forse prevedendo le ondate cicliche di euroscetticismo e la conseguente corsa al riparo dei confini nazionali. I singoli stati, infatti, possono reintrodurre i controlli alle frontiere per un massimo di 30 giorni, ma solo in casi particolari: lo fece l’Italia nel 2001 e nel 2005, in occasione dei G8 di Genova e dell’Aquila, lo fece l’Austria durante i campionati di calcio europei del 2008, lo fece la Norvegia nel 2011 e poi di nuovo nel 2014, per allerta terrorismo. Lo ha fatto la Germania qualche settimana fa, in occasione del G7, e pure la Francia nel 2005, dopo gli attentati di Londra. E tuttavia mai, prima d’ora, Schengen era stato sospeso per evidenti ragioni anti-migratorie, come ha fatto la Francia in questi giorni. Di fatto il governo di Parigi ha scaricato il problema sull’Italia: fate vobis, è il messaggio recapitato dal ministro degli interni francese.

E magari i cavilli di Schengen saranno stati rispettati, ma il Leviatano europeo è ben di là da venire, perchè qualche volontario sugli scogli di Ventimiglia c’era, ma nessun governo andrà a ritirare il premio alla  solidarietà, e allora qualche ben pensante di nuovo riapostroferà il tutto con espressioni tipo ecatombe umana tragedia di un continente, ma resta il fatto che l’ “ognuno per sé” degli stati europei è più forte di quanto credessimo. E forse Lady Thatcher aveva ragione.

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