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Siamo sempre alla ricerca di nuove idee: nel lavoro, nella vita e anche in cucina. E ci piace dar loro un nome in inglese, perché così funziona il mondo, pieno di locations e start-up e selfie. Ecco spiegato perché oggi non esistono più i ristoranti, ma i corestaurant, ovvero locali che offrono cibo e altro (solidarietà, tagli di capelli, shopping, stampanti 3D…) e le houses, in cui viene servito un solo tipo di pietanze.

D’altronde queste innovazioni arrivano per lo più dall’estero, quindi non dovremmo tanto stupirci se ne manteniamo la denominazione originale. A Londra abbiamo trovato il Cereal Cafè, un bar che prepara solo tazze di latte con cereali di marca (oltre 120 tipi, da tutto il mondo) a cui aggiungere glasse al cioccolato, marshmallow, biscotti, caramello, miele. Le steak houses americane diventano meatbar, ovvero carne di ogni specie e con tagli e cotture e condimenti adatti a valorizzarne l’alta qualità. E arrivano pure le Coffee Bike, biciclette con attaccato un carretto che vendono il caffè nei mercati, all’università e vicino agli uffici: ovunque ci sia bisogno di un momento di pausa all’insegna dell’energia. Per fortuna, per contrastare tutta questa esterofilia, siamo ancora capaci di esportare le pizzerie, con margherita, napoletana e diavola ai primi posti fra le preferenze.

Già, perché non siamo poi tanto aperti a tutte le idee che ci vengono proposte. Sulla scia di vip che confessano di aver abbandonato il vegan per mancanza di energie, molti stanno tornando a un’alimentazione di tipo onnivoro alla ricerca del gusto: nel 2013 i partecipanti ad una manifestazione a Milano non avevano troppo apprezzato il menu a base di grano saraceno, tofu e salsa di soia e l’anno scorso lo stesso è successo nelle mense scolastiche, con i bambini che rifiutavano sia questi alimenti che le cucine provenienti dall’estero.

Quindi cosa vogliamo? Qual è la nostra idea di cucina ideale? Leggendo sondaggi e intervistando persone la mia conclusione è questa. Dai ristoranti ci aspettiamo stagionalità, tradizione (regionale), convivialità, i sapori dell’infanzia rivisitati con fantasia, materie prime di alta qualità ed essere sorpresi dall’innovazione. Vogliamo la pasta fresca fatta a mano, l’hamburger con ingredienti scelti, dolci cioccolatosi ma speziati (o con un pizzico di salato), birra artigianale, le bibite ottenute con piante locali e vino di vecchie annate gloriose. Ordiniamo spesso un antipasto di pesce al pomodoro, un primo di pasta con verdure e ragù di carne e una grattugiata di formaggio, come secondo piatto stiamo riscoprendo le interiora e preferiamo un frutto rielaborato a un dessert calorico. Siete d’accordo?

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