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«Senza il consenso e l’approvazione del sindacato, non ci sarà alcuna fusione tra Fiat Chrysler e un gruppo concorrente. Qualunque cosa accadrà, consulterò il sindacato prima di sedermi a un tavolo negoziale». Parola di Sergio Marchionne, indiscusso salvatore della Fiat e della Chrysler, presidente della Ferrari nonché traghettatore plenipotenziario dell’ex gruppo torinese (e del patrimonio degli eredi Agnelli) verso sponde più sicure, convenienti e globali di quelle italiane.

Quando si pensa alla determinazione con cui ha imposto ai sindacati il suo modello di relazioni industriali, la promessa di consultare le parti sociali sul futuro della Fca sembra quasi uno scherzo. In realtà, Marchionne non si riferiva ai sindacati italiani ma a quelli americani: è negli Usa, ormai, che si gioca il futuro non solo di Fiat Chrylser ma anche quello della Ferrari, avviata da ieri sulla strada di Wall Street. Per l’Italia c’è sempre meno posto. Ne sanno già qualcosa le banche italiane, dimenticate da Marchionne nell’Ipo Ferrari: Intesa, Unicredit e gli altri istituti che rinunciarono a tre miliardi di euro all’epoca del convertendo pur di salvare la Fiat, non avranno alcun ruolo nella quotazione di Maranello, interamente affidate alle banche americane e a quelle svizzere.

Per quanto preannunciata da tempo, insomma, la quotazione della Ferrari è indubbiamente l’evento-chiave non solo per la comunità finanziaria internazionale, ma soprattutto per il futuro di Fca e della stessa famiglia Agnelli, che a operazione conclusa avrà il controllo diretto sul Cavallino di Maranello. La quotazione e lo scorporo della Ferrari da Fca, in questo senso, sono operazioni finanziarie strumentali al mandato che gli eredi Agnelli hanno assegnato a Marchionne: l’uscita della famiglia dall’industria automobilistica di massa con la fusione dell’ex gruppo del Lingotto in una realtà più globale e competitiva. L’operazione, presentata come una necessità dettata dalla globalizzazione del mercato dell’auto, è stata concepita di pari passo a una seconda mossa: il mantenimento dell’italianità della Ferrari.

Dopo l’Ipo sul 10% del capitale e l’assegnazione delle nuove azioni Ferrari agli azionisti di Fca, sarà infatti la Exor il maggiore azionista di Maranello, che oltre alle azioni ordinarie potrà contare sul controllo rafforzato derivante dai maggiori diritti di voto garantiti dalle loyalty shares. Ferrari, come già Fca e Fiat Industrial, non sarà dunque contendibile e godrà dei vantaggi derivanti dal trasferimento della sede fiscale e legale a Londra e ad Amsterdam. Ma questo, per il mercato, non sembra essere un grosso problema: finchè i profitti crescono e il capitale è ben remunerato, gli investitori non creano mai problemi. Nel caso della Ferrari, un brand unico al mondo e vera macchina di profitti, il mercato è dunque pronto a cogliere l’opportunità di investimento: la sfida della famiglia Agnelli sarà solo quella di dimostrare che la Ferrari è in grado di crescere anche da entità indipendente sia sul mercato del lusso che su quello delle corse, dove l’assorbimento di capitale è altissimo.

Al contrario, le vere incognite riguardano la Fiat e la Chrysler: una volta privato degli utili e del valore della Ferrari, il titolo di Fca rischia di perdere gran parte del suo appeal speculativo. Gli analisti, consapevoli del difficile percorso che attende Marchionne dopo lo scorporo di Ferrari, hanno già cominciato a battere sul tamburo delle cessioni: se vuole mantenere quota e fiducia in Borsa, Fca dovrà vendere altri asset, a cominciare dalle attività nella componentistica di Teksid, Magneti Marelli e Comau. Alla Borsa non importa il colore della bandiera o l’integrità industriale di un gruppo: se un titolo è considerato a sconto, lo spezzatino è il passo più rapido per fargli recuperare il valore non riconosciuto dal mercato. Marchionne ne è ben consapevole, e non a caso negli ultimi tempi ha cercato di spostare l’attenzione sulla cessione dell’intero gruppo Fca. Il manager ha rivelato a sorpresa di essere stato respinto dalla Gm a cui aveva offerto un progetto di fusione. Dopo la rottura dell’alleanza nel 2005 e dopo aver invano cercato, nel 2009, di acquisire le attività europee Gm intestate alla tedesca Opel, Marchionne è tornato dunque a bussare a Detroit. Fca capitalizza 16,5 miliardi di euro, Gm il triplo.

Non sarebbe un merger of equals. A valori correnti, l’Exor, la finanziaria controllata dalla famiglia Agnelli, avrebbe più o meno l’8% della combined entity. Da Detroit hanno lasciato cadere la proposta. Una reazione scontata. Resta così l’ipotesi che, con questa mossa, Fca si sia posta sul mercato del merger and acquisition, naturalmente per partecipare a un progetto più ambizioso dei suoi attuali business plan, ma ancora tutto da capire. E la stessa scissione della Ferrari da FCA, che oggi la controlla al 90%, ridefinisce gli equilibri proprietari in capo alla casa di Maranello: a regime, il controllo di fatto del Cavallino passerà all’Exor, ma con una partecipazione del 24%, appena sotto la soglia dell’Opa obbligatoria in Italia. Quanto durerà? Raccontare al mercato di essere stati respinti da altri costruttori non giova certamente ai piani di Marchionne: la prossima mossa su Fca dovrà necessariamente essere l’ultima. Il problema, se Gm non cede, è con chi: c’è chi guarda alla francese Peugeot, e chi non eslclude una mossa tedesca. Alcuni rumor dicono infatti che dietro lo scontro di famiglia che ha spaccato i due rami di azionisti forti di Porsche-Audi-Volkswagen ci fosse proprio Fca e che il ramo sconfitto sia stato proprio quello che perorava la fusione tra i due gruppi. Se Marchionne non tirerà fuori presto un nome per garantire un futuro a Fca, il primo a risentirne sarà il titolo quotato. A Wall Street la pazienza non esiste: se il valore non cresce, o si vende l’azienda o si fà lo spezzatino.

fonte sole24ore

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