Published On: Dom, Ago 16th, 2015

Se mamma Rai non serve più, vendiamola!

A Viale Mazzini c’è il cambio vertici ma l’aria rarefatta d’agosto rimane immobile: con la riforma della Rai ancora al vaglio delle Camere, i nuovi amministratori della tv pubblica sono stati nominati con la cara vecchia legge Gasparri. Nessuna novità in vista, dunque: nessuno s’accorgerà sul serio del nuovo presidente Monica Maggioni(ex direttrice Rai News 24) o del neo direttore generale Antonio Campo dell’Orto (ex manager LA7 e MTV); e nemmeno dei nuovi membri del CDA, tutti scelti accuratamente dai partiti, che anche quest’anno si litigano la torta del servizio pubblico non sia mai  rimanesse indipendente dalla politica. La proposta di Renzi ei suoi, pare, mira a modificare il sistema di governance della Rai, incluse le procedure di nomina del CDA e dei vertici, con l’introduzione di un vero e proprio amministratore delegato che possa agire in autonomia ed efficacia. E tuttavia quest’ultimo verrebbe nominato dal CDA su proposta del Tesoro: difficile credere che il governo rinuncerebbe a dire la sua su una nomina così importante. E dunque la rivoluzione renziana? Dov’è finita? Mai promessa fu meno sincera. Impossibile aspettarsi da questo esecutivo un vero allentamento d’artigli sulla tv di stato.

Ecco perché.

Le toghe a Silvio, i taccuini a Matteo – Si è capito ormai: se il terrore di Berlusconi era (e rimane) la magistratura, quello di Renzi è la stampa, comunque meno aggressiva. Berlusconi aveva dalla sua un duopolio televisivo e qualche giornaletto e rivistuccia, ma le toghe sempre sul piede di guerra. Con Renzi e la svolta garantista del Pd la diatriba esecutivo-giudiziario s’è raffreddata, ma il mondo dei media, sempre più sfuggevole e in continua evoluzione, è meno controllabile. Ecco spiegata anche la controversa legge sulle intercettazioni, al vaglio della Camera verso metà settembre. L’avvocato Giulia Bongiorno, ex Pdl, scissionista con Fini proprio sulla celebre legge bavaglio mai approvata, sostiene sia peggio di quanto sembra“[…] ho l’impressione che [Renzi, ndr] sia riuscito ad ottenere dalla magistratura un nulla osta, indicando come punto focale della legge il tema della pubblicazione. In questo modo si è sviata l’attenzione sui tempi per le intercettazioni.” 

La mamma di tutti – Renzi deve gran parte del suo successo politico all’immagine di campione di freschezza che gli è stata costruita addosso da televisioni e giornali, conduttori affabili e giornalisti assuefatti dal sentore di nuove possibilità di carriera (il campo del berlusconismo era ormai ridotto a terra arida e sterile). Ecco perché la legge sulle intercettazioni e la “riforma” della governance Rai sono mosse fondamentali per mantenere il controllo della scacchiera. Da lì è venuto e lì potrebbe essere rispedito: il mondo mediatico è un campo da gioco fondamentale per il premier, una base strategica da non poter assolutamente abbandonare agli avversari.  Nell’ascesa al potere l’ha aiutato in primis il fascino comunicativo, certo, ma il resto lo hanno fatto i media, mamma Rai in testa: che questa ami flirtare col potere è storicamente noto. Destò scandalo a suo tempo l’uscita di Bruno Vespa, “il mio editore di riferimento è la Dc“, ma stava solo puntando il dito sul re nudo. La lottizzazione era una pratica comunemente accettata, che andava avanti da quando i socialisti misero piede nei dicasteri e i candidi democristiani dovettero farsi un po’ più in là e iniziare a condividere l’orto del potere italico. Il secondo canale Rai nacque per esigenze di potere, non certo per amor di cultura, così come il terzo e tutti gli altri che si sono aggiunti negli anni, fino ai giorni nostri.

E dunque, che fare?

“No, non è la BBC” – Oggi la Rai conta 23 canali televisivi e 10 radiofonici, nonché 11.661 dipendenti dislocati in 9 centri di produzione, 21 sedi regionali e 11 sedi di corrispondenza dall’estero. Un’armatura mediatica impressionante, che abbraccia la penisola in lungo e in largo e s’inchina al titolare di “maggior industria culturale del paese”, nonché quinta d’Europa. La prima è facile indovinare quale sia. La BBC ha più dipendenti, più fatturato, più produzioni e meno costi in proporzione, nonché una storica e salda reputazione di tv super partes. La Rai non è la BBC, e questo si è capito da tempo. Ma quando mamma tv emerge nel dibattito pubblico l’accostamento con la più famosa delle televisioni è un must inevitabile per i piagnoni di professione, sui quali Renzo Arbore ha giustamente sollevato un dubbio: costoro conoscono davvero la tv britannica, o ne parlano per sentito dire? Il modello BBC è senz’altro un ottimo esempio di tv pubblica, e tuttavia è un paradigma dell’”inglesità” che noi italiani non saremo mai in grado di applicare. Non è questione di riforma, bensì di forma: non di legge, ma di costume.

“Se si muove, vendetelo!” – Era il mantra ironicamente attribuito dai critici più aspri ai governi della Thatcher, che negli anni ’80 privatizzarono 21 aziende pubbliche inglesi e avviarono il così detto “capitalismo popolare“, svendendo immobili pubblici e non solo con lo scopo di fondare una “democrazia di proprietari e azionisti“. E tuttavia i caparbi Tories non si azzardarono a toccare le vacche sacre del paese: la sanità, l’istruzione e la BBC, considerate pilastri intoccabili e consolidati del Regno. La ragione? Funzionavano, e il loro affidamento a inesperti neoazionisti-cittadini creava più problemi di quanti ne risolvesse. La BBC, in particolare, aveva e ha tutt’oggi una missione cui adempie dignitosamente: inform, educate, entertain, ovvero informare, educare, intrattenere. La Rai, che col Maestro Manzi alfabetizzò mezza Italia, esaurì i suoi nobili propositi in poco più di vent’anni di vita, e oggi viene da chiedersi seriamente cosa la manteniamo a fare. Il servizio pubblico è fondamentale, ma non necessariamente dev’essere di diretta emanazione dello Stato. Qui da noi semplicemente non funziona: la sua liberalizzazione e progressiva privatizzazione potrebbero portare a benefici non solo economici ma anche culturali ed informativi sorprendenti. Naturalmente si dovrebbe prima regolare il mercato in senso anti-monopolistico, con una seria legge anti-trust ed una sul conflitto d’interessi: chiaro che se Mediaset o Sky comprassero i canali Rai saremmo punto accapo, se non in condizioni peggiori di prima.

Se non serve, vendiamola! – Interessante in questo senso la proposta del M5S datata 2013, in cui si chiede la privatizzazione della Rai previa una liberalizzazione del mercato, atta ad evitare il cumularsi di monopoli privati, con il mantenimento di un solo canale pubblico di informazione e di cultura, interamente finanziato dal canone. La proposta grillina incoraggia un azionariato popolare dove un singolo privato non possa acquistare più del 1o% di due canali televisivi, così immettendo il sistema in un regime di concorrenza che ne stimolerebbe l’efficienza e la qualità. Dove sia finita la proposta, tuttavia, è difficile a dirsi, anche vista la partecipazione del M5S alla recente lottizzazione del CDA: in quota grillina è stato eletto Carlo Freccero, paladino del servizio pubblico statale. Siamo al solito pantano, insomma.

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