Giovanni Scattone, 47 anni, insegnante precario, nella vita ha commesso un errore: un errore enorme, chiamato omicidio. Ha scontato la pena, pur continuando a proclamarsi innocente, e da qualche anno è tornato in libertà. Nel 2012 ha vinto il ‘concorsone’ per diventare insegnante e da pochi giorni è passato di ruolo, ma ha rinunciato alla cattedra. Il motivo? E’ semplice e comprensibile: l’accanimento mediatico di cui è stato vittima, anche da parte di giornali ‘di razza’, o così generalmente considerati, come il Fatto Quotidiano e il Corriere della Sera, l’ha gettato nell’arena della pubblica gogna e l’ha umiliato selvaggiamente, rendendone impossibile una riabilitazione sociale. In poche parole, della sua storia riesumata dagli archivi si vergogna da matti, e di lavorare in una scuola pubblica non ci pensa proprio.

L’antefatto – Nel 1997 Marta Russo, studentessa ventiduenne di giurisprudenza, fu colpita alla testa da un proiettile mentre passeggiava nella cittadella universitaria della Sapienza. Morirà in ospedale 5 giorni più tardi. Le indagini, molto italianamente trascinate e controverse, alla fine imputarono la colpa all’allora ventinovenne Giovanni Scattone, assistente universitario di filosofia del diritto. La condanna arriverà nel 2003: 5 anni e 4 mesi per omicidio colposo aggravato da colpa cosciente (vale a dire dalla consapevolezza che maneggiare una pistola in quelle circostanze, in quel luogo e in quel momento potesse avere le conseguenze che poi ebbe). Scontò 2 anni e mezzo di pena in carcere; il resto ai domiciliari, prima, e ai servizi sociali poi.

Uno Stato di diritto – Al di là delle varie ed eventuali morbosità che i voyeuristi della cronaca nera hanno fantasticato attorno allo sviluppo dei fatti, a tutt’oggi privi del collante tradizionalmente fornito dal movente, ciò che importa è che Scattone ha scontato la sua pena (e non solo lui, ma ai fini della presente analisi non ci interessa). Ora, secondo i principi generalmente accettati di una società libera e democratica, la detenzione di un individuo in seguito ad un processo e ad una condanna ha due scopi: quello della sua deterrenza, in quanto personalità ritenuta pericolosa, dal resto della comunità, e quello della sua rieducazione alla convivenza civile e pacifica con gli altri. Questo secondo scopo, in particolare, vuole che un individuo condannato possa poi essere riammesso alla società e tornare a svolgere le proprie funzioni e la propria esistenza come meglio ritiene, in quanto di nuovo libero. Tutto questo è regolato dalla legge e in funzione della stessa è disciplinato e applicato, perché, fortunatamente, viviamo in uno Stato di diritto. Almeno in teoria.

Gli “eccellenti” precedenti – A pena scontata, cioè una volta che la detenzione prevista dalla legge sia avvenuta, non si capisce perché un imputato non possa essere riabilitato in toto, anche nell’arena pubblica. Di esempi “eccellenti” se ne hanno tantissimi, qui in Italia. Adriano Sofri fu condannato a 22 anni per l’omicidio di Mario Calabresi, e oggi è editorialista di giornali e riviste nazionali. Alberto Franceschini, delle Brigate Rosse, partecipa a talk-show e viene intervistato per programmi e documentari storici (l’ultimo è Quando c’era Berlinguer, di Walter Veltroni). Toni Negri, il “cattivo maestro” condannato per complicità col terrorismo di sinistra, venne eletto deputato. Beppe Grillo, leader di un movimento politico peraltro marcatamente giustizialista, è stato condannato per omicidio colposo plurimo. L’elenco è lungo, e noioso, ma rende l’idea.

Giustizialismo e garantismo – La foga rancorosa e feroce con cui è stato attaccato Giovanni Scattone in questi giorni mi fa vergognare. Mi vergogno di vivere in un paese moralista e ipocrita, privo di un benché minimo rispetto della legge. Non si pretende il perdono della famiglia e degli amici di Marta Russo, il cui risentimento è, ci mancherebbe, comprensibile. Ma almeno noi, esterni alla vicenda, noi che abbiamo l’infelice (perché difficile) privilegio di poter guardare agli eventi con distacco, noi società civile, cerchiamo di restare lucidi: macellare pubblicamente quel che resta della vita di Giovanni Scattone non riporterà indietro la giovane studentessa, né riscatterà altre vittime di omicidio. Dare una seconda possibilità ad un uomo che ha pagato il prezzo dei propri errori, invece, dimostra che lo Stato di diritto in cui fieramente, seppure a targhe alterne, diciamo di credere, ha un suo valore, e una sua importanza. Il giustizialismo è vile, infido e barbaro. Il garantismo, invece, è nobile, luminoso e civile, perché ci ricorda che siamo un paese cristiano (nel senso laico del termine) che affonda le proprie radici ideologiche nel perdono e nella fiducia nell’uomo, che può sbagliare e redimersi nel corso della stessa esistenza.

Arrivati a questo punto, la domanda sorge spontanea: siamo ancora uno Stato di diritto? La legge ha concesso la riabilitazione di Scattone, ma la società civile e i media non ne hanno voluto sapere. Se dunque i principi dell’opinione pubblica sono in contrasto con quelli della società in cui tale opinione pubblica si manifesta, che senso ha la validità giuridica di quelli stessi principi? Sono carta straccia: la discrasia tra fatto e opinione è troppo marcata e il principio perde di valore perché il fuoco che lo ha ispirato si è spento.

L’amarezza non è poca.

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