civati“Riuscirà, per una volta, il nostro paese a essere all’avanguardia in una sperimentazione sociale?” Vi riportiamo, in anteprima, la prefazione scritta da Pippo Civati al volume di Luca Marola: “Legalizzare con successo – l’esperienza americana sulla cannabis”

È la domanda principale che rivolgo ai lettori di questo bel libro di Luca, che mette in fila con chiarezza e puntualità i primi risultati, economici, sociali e politici della legalizzazione che alcuni Stati Usa, la nazione che ha recentemente cambiato direzione rispetto alla “guerra internazionale alla droga” che aveva sempre guidato e ha deciso (o, meglio, alcuni Stati della federazione hanno deciso, secondo le loro autonomie) di sperimentare forme diverse di controllo del mercato, regolamentandone la produzione, il commercio ed il consumo. La guerra alla droga conveniva soltanto al narcotraffico, ma nessuno poteva valutare i risultati a cui avrebbe condotto un processo diverso, come quello della legalizzazione. Ora possiamo farlo, anche grazie all’indagine che vi apprestate a conoscere.

Com’è noto, nel corso degli ultimi anni un numero sempre maggiore di paesi ha modificato la propria legislazione sulla cannabis, adottando quelle politiche auspicate nel 2011 dalla Global Commission on Drug Policy, dove importanti figure politiche e intellettuali di tutto il mondo, tra cui Kofi Annan, George Shultz, Javier Solana, Paul Volcker, Fernando Henrique Cardoso, Mario Vargas Llosa e altri, hanno preso atto che la “guerra alla droga” che l’Onu e tutti i suoi componenti hanno svolto per oltre cinquant’anni ha clamorosamente fallito ed è perciò arrivato il momento di sperimentare e mettere in atto politiche innovative nella gestione del fenomeno.

Negli ultimi anni in particolare abbiamo avuto una forte accelerazione di questi esperimenti, i cui precursori erano stati l’Olanda negli anni Ottanta e il Portogallo nel 2001 (che ha completamente depenalizzato il consumo di tutte le droghe, diminuendone il consumo in tutte le fasce anagrafiche della propria popolazione), con la totale legalizzazione avvenuta in Uruguay, dove per la prima volta si sperimenta un mercato controllato dallo Stato centrale, con la finalità di calmierare i prezzi al consumo.

L’esempio più clamoroso viene dagli Usa, il paese dove è nato il proibizionismo sulla cannabis negli anni Trenta, dove già quattro Stati – Alaska, Colorado, Oregon e Washington – hanno completamente legalizzato l’uso della cannabis.

Le istituzioni americane hanno già potuto verificare quanto sia conveniente, economicamente, in termini di:

1. incassi fiscali dalle attività relative alla cannabis e dalle attività connesse;

2. maggiori entrate derivanti dall’aumento dei posto di lavoro legali;

3. minori spese per contrastare il mercato illegale, e minori costi per il sistema giudiziario/penale.

Uno studio effettuato dal prof. Marco Rossi della Sapienza stima in circa 6 miliardi di euro l’anno le entrate dirette e indirette per il nostro Paese in caso di legalizzazione della cannabis.

Finalmente anche il nostro Parlamento sembra aver cominciato ad accorgersi che qualcosa sta cambiando: com’è già accaduto in passato, fin dall’inizio della legislatura sono state depositate numerose proposte di legge diverse, riguardanti l’utilizzo terapeutico, industriale o ricreativo della canapa. La novità è rappresentata dalla creazione dell’intergruppo parlamentare per la legalizzazione della cannabis, un’intuizione del senatore Della Vedova, alla quale ho entusiasticamente aderito, assieme a un altro centinaio di colleghe e colleghi, deputati e senatori, e che ha portato alla definizione e presentazione di un’unica proposta di legge, sottoscritta al momento da 220 deputati e 70 senatori, di ogni appartenenza politica, un terzo del totale dei parlamentari.

La nuova e unica proposta tenta di raggruppare tutte quelle presentate in precedenza e rappresenta l’impegno comune volto a regolamentare tutti gli aspetti di un “nuovo” mercato, sotto diversi punti di vista.

Se la proposta dell’intergruppo diventasse legge rappresenterebbe una fortissima innovazione, almeno nel panorama europeo, nelle politiche sulle cosiddette “droghe” e la possibilità, anche per il nostro paese, di dimostrare con i fatti, che uno Stato che si preoccupa davvero della salute dei propri concittadini, deve utilizzare prima di tutto politiche di riduzione del danno, relativamente alle sostanze psicotrope, e non di proibizione tout court.

Mi auguro che questa grande occasione non sia gettata al vento in nome del solito perbenismo che attanaglia la nostra società e ancor di più la nostra classe politica, all’insegna della più spudorata ipocrisia che si possa concepire.

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