Yara: in aula immagini choc, fuori il pubblico

Sul corpo i segni delle ferite inferte con una lama, quando Yara era già inerme e non in grado di difendersi

Yara: consulente pm, tagli quando non si muoveva più. ‘Morì in quel campo a causa di ferite, traumi e freddo’

 

“Un’agonia in condizioni di ipotermia che ha determinato un lento rallentamento delle funzioni vitali, fino al decesso”. Il linguaggio necessariamente rigoroso e asettico degli anatomopatologi incaricati dalla Procura di Bergamo di accertare le cause della morte di Yara Gambirasio non riesce a tener fuori dall’aula la sensazione di terrore che la tredicenne provò in quel campo di Chignolo d’Isola nel quale, secondo l’accusa, fu aggredita e lasciata morire. Secondo la professoressa Cristina Cattaneo – tra i massimi esperti in Italia di accertamenti su morti violente – numerosi elementi, che derivano dalla biologia, dalla botanica e dell’entomologia, autorizzano a ritenere che Yara sia morta in quel campo: il suo corpo non aveva segni che potessero far pensare a un trasferimento dopo l’aggressione. “Lavoro in questo campo da 20 anni – ha spiegato il medico legale – e non ho mai visto corpi trasportati da un luogo a un altro che non presentassero tracce di quell’altro luogo. Così è stato anche in questo caso”. Yara morì il giorno della sua scomparsa (“al massimo una o due ore dopo la mezzanotte”) per una serie di concause: la debolezza derivante dal sanguinamento provocato dalle ferite d’arma da taglio, nessuna delle quali letale; per via di alcune lesioni al capo, anch’esse non mortali, e per il fatto di essere rimasta per ore nel campo di Chignolo d’Isola in stato di ipotermia. Poi un dettaglio, già emerso dalle carte dell’inchiesta ma che raccontato in aula è parso ancora più agghiacciante: la ragazza presentava ferite da “armi da taglio” delle quali una sola “di punta e taglio” sotto la mandibola, presumibilmente causate da un coltello. “Erano tagli precisi che, pertanto – ha detto il medico legale -, furono fatti mentre Yara non si muoveva e, inoltre, non vi è alcuna ferita da difesa”. La ragazza fu quindi seviziata mentre era viva, ma immobile. Cristina Cattaneo si è inoltre dilungata sulle tracce di calce riscontrate sul corpo e sugli indumenti e sulle microsfere di metallo che, invece, furono trovate sotto le scarpe della ragazza: materiale che conducevano al mondo dell’edilizia, quando la figura di Massimo Bossetti sarebbe comparsa sulla scena dopo oltre quattro anni. Yara rimase in quel campo nei tre mesi dalla scomparsa al ritrovamento del cadavere. Anche una foglia trovata sotto la sua guancia apparve ben conservata, nonostante le intemperie di quelle settimane. Nel pugno stringeva erba del campo e, conficcata in un braccialetto di stoffa, una spina, sempre di quel fazzoletto di terra. Il difensori di Bossetti, che anche oggi ha seguito l’udienza con estrema attenzione mentre su uno schermo scorrevano anche delle immagini del corpo martoriato della ragazza (in quei frangenti il pubblico è stato tenuto fuori dall’aula), promettono battaglia sulla ricostruzione operata dal pm Letizia Ruggeri sulla scorta dei risultati dell’equipe diretta dalla Cattaneo. Le avvisaglie nelle parole del loro consulente medico legale, Dalila Ranalletta: nelle relazioni degli esperti della Procura “solo dubbi” che, in aula, “sono diventate certezze da premesse incerte”. “Nelle centinaia di pagine della loro relazione – ha argomentato l’anatomopatologa che deporrà nella prossima udienza – sono riportati i dati così come sono e nessuno di loro si è mai sognato di dire: così è, in termini di certezza”. “In aula questi dubbi sono diventati certezze – ha concluso – quando le stesse premesse erano incerte”.

(fonte ANSA dell’inviato Stefano Rottigni)

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