Schermata-2015-05-26-alle-10.40.39 copyÈ finalmente arrivato in porto il piano di salvataggio per le quattro principali banche in crisi e commissariate – Banche Marche, Banca Etruria, Cassa di risparmio di Chieti e Cassa di risparmio di Ferrara.

Il Consiglio dei ministri ha infatti approvato per decreto alcune norme che consentono di attuare rapidamente i programmi di risoluzione contenuti nei provvedimenti approvati il 21 novembre della Banca d’Italia.

Per ciascuna delle quattro banche, che da lunedì 23 novembre vanno in liquidazione, è stata creata una nuova società (la banca-ponte) che erediterà la parte sana e subentrerà nei rapporti creditizi e di lavoro, esporrà le stesse insegne e avrà una denominazione praticamente identica (Nuova Banca Marche, Nuova Banca Etruria, etc). Per clienti e dipendenti non cambia nulla, dunque. «Le perdite accumulate nel tempo da queste banche, valutate con criteri estremamente prudenti, sono state assorbite in prima battuta dagli strumenti di investimento più rischiosi, le azioni e le “obbligazioni subordinate”, queste ultime per loro natura anch’esse esposte al rischio d’impresa», si legge in una nota di Bankitalia. Azionisti e obbligazionisti subordinati perdono perciò il capitale investito e subiscono le conseguenze più pesanti del dissesto, creditori ordinari e depositanti restano indenni.

Il capitale azionario di ciascuna delle quattro nuove banche sarà sottoscritto dal Fondo di risoluzione nazionale. Quest’ultimo è previsto dalle norme europee e italiane, è amministrato dall’Unità di Risoluzione della Banca d’Italia e viene alimentato con le contribuzioni di tutte le banche. La parte “cattiva” – ovvero i crediti in sofferenza svalutati a 1,5 miliardi dall’originario valore di 8,5 miliardi (-82,35%) – sarà ceduta dalle banche a un’unica “bad bank”, anch’essa partecipata dal Fondo. A dispetto del nome, la “banca cattiva” non ha licenza bancaria ma è una società di gestione crediti.

L’investimento richiesto dal piano è di 3,6 miliardi di euro, interamente a carico del Fondo, e dunque delle 208 banche aderenti. Il contributo al Fondo dovrebbe poter essere essere dedotto come costo: quindi, ad aliquota vigente, il Fisco incasserebbe 990 milioni di euro in meno (il 27,5% di 3,6 miliardi) sul 2015. Gli amministratori delle banche-ponte, che sono nominati da Bankitalia, hanno l’impegno di venderle in tempi brevi al miglior offerente, con procedure trasparenti e di mercato, e quindi retrocedere al Fondo di risoluzione i ricavi della vendita.

«Il decreto legge non prevede alcuna forma di finanziamento o supporto pubblico alle banche in risoluzione o al Fondo nazionale di risoluzione», sottolinea un comunicato del Governo. Per la Banca d’Italia «la soluzione adottata assicura la continuità operativa delle banche e il loro risanamento, nell’interesse dell’economia dei territori in cui esse sono insediate; tutela pienamente i risparmi di famiglie e imprese detenuti nella forma di depositi, conti correnti e obbligazioni ordinarie; preserva tutti i rapporti di lavoro in essere; non utilizza denaro pubblico».

Il piano ha ricevuto l’approvazione della Commissione Europea, che l’ha ritenuto compatibile con le norme sugli aiuti di stato, dopo che altre proposte erano state bocciate, anche se nella sostanza non differivano di molto da quella adottata alla fine. Tuttavia, nella nota diffusa in serata, Bruxelles ha sottolineato che la garanzia data dal Fondo alle banche-ponte sui rispettivi crediti verso la bad bank (a fronte delle cessione di attività in sofferenza) ha un valore di circa 400 milioni di euro ed è qualificabile come aiuto di stato.

Di fatto, l’intervento del Governo si muove sui binari della Direttiva sul risanamento e la risoluzione delle banche (BRRD), che in Italia è stata recepita la scorsa settimana, con l’eccezione del “bail in”. In questo caso il meccanismo del “salvataggio interno”della banca ha colpito solo azionisti e creditori subordinati, ma non ha interessato obbligazionisti ordinari e titolari di depositi di qualsiasi importo.

Dal 1° gennaio 2016, invece, il bail in sarà pienamente operativo. Perciò, in caso di dissesti bancari, il Fondo di risoluzione potrà intervenire solo dopo che ad azionisti e creditori, inclusi i titolari di depositi superiori a 100mila euro, siano state imputate perdite per almeno l’8% delle passività totali della banca. L’imputazione delle perdite potrà avvenire o per abbattimento del valore o per conversione in azioni. Sono esclusi dal salvataggio interno, e quindi sono sempre fatti salvi, i depositi protetti (inferiori a 100mila euro), le passività garantite, i contenuti delle cassette di sicurezza, i debiti fra banche e quelli verso i dipendenti.

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