bataclan

Una delle ultime volte che mi capitato di parlare di fatti come quello di Parigi è stata qualche mese fa per Charlie Hebdo. Non avrei pensato di trovarmi di nuovo a scrivere righe su certi eventi, o meglio, non avrei voluto farlo dopo così pochi mesi.

L’efferatezza dell’uomo esiste dalla notte dei tempi, tutti in cuor nostro sapevamo che sarebbe successo di nuovo, ma nessuno sapeva dove, chi, come sarebbe stato questa volta il disastro.

E’ capitato in una notte di venerdì, un sonnolento venerdì di novembre, ci sono state grida, spari, bombe. C’è stata una guerra, o quanto meno ne è iniziata una nuova, dicono che sia diversa, fatta di un rinnovato coraggio e di una inesauribile passione, questa volta.

Appena saputo delle centinaia di giovani uccisi all’interno del Bataclan, una sala concerti abbastanza nota, praticamente di culto per chi ama la musica, la memoria, la mia, è subito tornata a 4 anni fa quando decine e decine di giovani sono stati uccisi nello stesso identico modo da Anders Behring Breivik, un appartenente all’estrema destra locale che senza la minima pietà sparò contro ventenni raccolti in un’isoletta norvegese mentre stavano cantando in una tiepida giornata estiva. Lo ha fatto senza scrupoli, scegliendo vittime a caso, accanendosi contro chi tentava di scappare, sparando contro chi provava a difendersi con le braccia da ignobili proiettili di piombo.

La stampa lo etichettò subito come un folle.

Ed aveva ragione, Brievik fu poi processato e più volte fu invocata per lui l’infermità mentale, fu considerato paranoide, dichiarò che aveva in programma di assassinare Obama, non pensò minimamente di chiedere scusa a nessuno, anzi più volte decise di entrare nelle aule processuali facendo il saluto nazista e di un partito di estrema destra che si era dichiaratamente schierato su posizioni xenofobe noi confronti delle civiltà orientali e terzomondiste.

Bene. Se Brievik (condannato a 21 anni) è un folle per aver ucciso 77 persone e fatto esplodere un auto ferendo 209 persone, gli attentati di Parigi come possono essere definiti?

Dobbiamo sempre per forza trovare una via di fuga nelle posizioni religiose degli attentatori? Per etichettarli, distinguerli, classificarli?

La follia di un uomo che progetta un attentato è la stessa ad ogni latitudine, in nome di ogni dio (e su questo ci sarebbe da discutere), di ogni partito, di ogni bandiera e soprattutto è storicamente un viatico verso nuove ipotesi di complotti, astratte idee di violenza di ogni genere.

Chiariamo una volta per tutto che chi si copre il volto e si fa esplodere o uccide donne, uomini, bambini è un “bastardo”, sempre e comunque, sempre se siamo tra quelli che vorrebbero sentire risuonare “Imagine” solo per il gusto di ascoltare una bella canzone e non un inno alla vita dopo una carneficina.

Abbiamo tutte le ragioni di sentirci francesi, soprattutto in una città che è chiamata “la piccola Parigi”, ma abbiamo anche il bisogno di dire no a chi commette certe stragi, a Parigi, a Beirut, a Gaza, in Ruanda, in Ucraina, in Libia. Ma permettetemi di dire che abbiamo anche la necessità di difendere prima i diritti dell’uomo, la libertà, l’uguaglianza, la fratellanza, tre concetti che stanno alla base della democrazia moderna, che di folli non ha proprio bisogno, così come ha bisogno di dittatori o ideologie che hanno sempre fatto più male che bene.

(Diego Remaggi)

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