Fanno discutere le affermazioni recenti del Ministro del lavoro Giuliano Poletti: meglio laurearsi con lode a 28 anni o a 21 con voto 97? Il dibattito che si è scatenato sul web è singolare e rappresenta le diversità d’opinione diffusa circa l’importanza del voto e sopratutto circa il suo significato: voto alto=grande cultura? C’è poi chi, pur dandogli teoricamente corda si sofferma sul modo in cui queste dichiarazioni sono state esternate, ma non bisogna dimenticare il contesto in cui è stata fatta questa sfortunata affermazione: Poletti era ospite di una convention di orientamento al lavoro rivolto a studenti, a Veronafiere. Non stava facendo il discorso di fine anno a Confindustria e non era in conferenza stampa. Ovvio che abbia adeguato i toni e il linguaggio ai suoi interlocutori: gli studenti, appunto. Tralasciando la forma, che si può riconoscere non esser stata delle più eleganti, guardiamo al contenuto: il ministro ha detto una sacrosanta verità. Se c’è qualcosa che non funziona nel nostro sistema educativo è l’inserimento nel mondo del lavoro, per cui da un lato ci vorrebbero più attività curriculari che favoriscano l’incontro tra aziende e studenti, dall’altro ci vuole anche un po’ di buona volontà, da parte di noi studenti, ad andare incontro al mercato. Che è nel nostro interesse, tra l’altro. Comunque non credo che, per come è strutturato il sistema di valutazione nelle nostre università, un 30 fotografi davvero una preparazione molto superiore a un 24 o a un 26, voti dignitosissimi che si possono prendere con un moderato trade-­off tra tempo e attenzione dedicata allo studio. Alle imprese non interessa assumere adulti trentenni con lode, gli interessa prendere giovani preparati dal punto di vista della teoria (e non serve un 30 e lode per questo) di modo da poter investire su di loro insegnandogli la pratica. Il ministro si è limitato a fotografare questa realtà e a consegnare l’istantanea a noi studenti che, ammettiamolo, abbiamo un po’ il gusto della polemica.

Nessuno, poi, nega che il nostro sistema universitario sia mal organizzato e poco finanziato. Ma il punto è un altro: bisogna essere realisti e pragmatici in tempi di vacche magre ed evitare di idealizzare troppo. Bisogna essere schietti abbastanza da dirsi: “il mercato è strutturato cosí. Posso aspettare qualche messia che rivoluzioni l’universitá e il mondo del lavoro oppure posso, per il momento, adattarmi a ció che mi viene richiesto e cercare di laurearmi in fretta e possibilmente con buoni voti”. Non si tratta di stabilire cosa si dovrebbe fare, ma di capire cosa si deve fare. Poi possiamo discettare sulla scuola dei sogni quanto vogliamo, l’importante è non smarrire la bussola e non perdersi troppo a fantasticare rivoluzioni che, purtroppo, al momento non sono all’orizzonte. Quello del ministro, per quanto brutale, era un consiglio spassionato, poi sta al nostro libero arbitrio decidere di seguirlo o meno. Ma non mi sembra abbia detto chissá quale bestialitá.

Ricordiamoci che Poletti è Ministro del lavoro e delle politiche sociali, non dell’istruzione e dell’ università. Evitiamo di richiedere incoerenze a chi ci governa. Se mai, gli appelli di chi grida alla bestemmia e all’elogio dell’ignoranza andrebbero indirizzati alla senatrice Stefania Giannini, da febbraio 2014 titolare del dicastero di Viale Trastevere (il MIUR, appunto). Di sicuro è fondamentale una concertazione costruttiva tra i due ministeri, mai come oggi affini per scopi e soggetti coinvolti. Tuttavia, volendo limitarsi a prendere di petto la precisa esternazione di Poletti circa il voto di laurea e i tempi d’ingresso nel mondo del lavoro, bisognerebbe ricordarsi che quest’ultimo, non vigendo in Italia un regime socialista, è gestito per lo più da privati che hanno libere propensioni e preferenze per un modello di lavoratore che vorrebbero assumere, appunto: giovane, discretamente preparato sul lato della “manualistica” e sopratutto determinato e ambizioso. Il discorso tende al cinismo, lo riconosco, ma la realtà dei fatti è questa. Sta a noi decidere, preferiamo un ministro che ci racconta i fatti o uno che ci racconta le belle favole? E non mi si risponda “vogliamo un ministro che avvicini i fatti alle belle favole” perchè, ora come ora, vi rispondo: aspettate e sperate. Nel frattempo, ad essere assunti saranno gli altri.

Lascia una Replica

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: