Published On: Lun, Dic 14th, 2015

Se questa è una Leopolda

Leopolda, di nuovo.  Si è conclusa ieri sera, a Firenze, la convention fatta dai renziani per i renziani, giunta ormai alla sua sesta edizione col motto tutto jovanottiano “Terra degli uomini”. Le prime quattro, però, erano “di lotta”. Le ultime due, l’edizione 2014 e quella appena conclusa, sono state invece “di governo”. E la differenza non è poca. La prima volta che l’austera stazione Leopolda di Firenze ha ospitato la coloratissima kermesse di Matteo Renzi è stata nel 2010. Allora il premier era sindaco della città e il suo braccio destro, nella foga rottamatrice, era niente meno che Pippo Civati, al tempo consigliere regionale in Lombardia. Era un’altra epoca: il Partito democratico, guidato da Franceschini, era all’opposizione del paese e nulla faceva intendere l’imminente fine politica di Berlusconi. E’ tutto diverso, in questa Terza Repubblica ancora in fasce. E ci si chiede se, esaurita la spinta propulsiva che ha portato alla rottamazione della classe dirigente che fu, questo appuntamento ormai annuale abbia ancora un senso.

La Leopolda nasce come corrente minoritaria del Pd, una corrente “liberale” o più appropriatamente “new left“, in opposizione alla stanca socialdemocrazia immobilista e cauta che domina il partito nei primi anni. Poi si è strutturata. Ha cominciato a camminare sulle sue gambe, ha imparato a muoversi in tv e ad agganciarsi alle persone giuste, nei momenti giusti, nei luoghi giusti. E’ maturata, e ha preso il potere. Fino al 2013 la Leopolda era un incontro che serviva a fare i conti col progresso, a far l’appello delle nuove reclute delle file renziane, di anno in anno ingrossate, a inveire contro l’”oggi loro” promettendo un “domani noi“.

Qualcuno diceva che il potere logora chi non ce l’ha, e infatti l’establishment del partito ha prima ceduto il trono ai “rottamatori” e poi, a poco a poco, è uscito dalla porta del retro. La Leopolda quest’anno è stata ufficialmente di governo, nel senso peggiore che il termine può assumere, specie nel nostro paese. Da assemblea propositiva a luogo di culto del renzismo e della sua corte dei miracoli, con buona pace di Antoine de Saint-Exupèry eletto suo malgrado sponsor ufficiale dell’evento (con le citazioni del Piccolo principe sparse a casaccio per tutta la stazione). Da motore progressista a propaganda conservatrice: la morfogenesi della Leopolda è questa. Per forza di cose, il potere non logora chi ce l’ha, Andreotti aveva ragione, ma sicuramente gli fa crescere le unghie: chi ha il potere se lo tiene stretto, e ogni istanza di cambiamento cede il passo all’istinto del galleggiamento, una volta raggiunta la superficie.

E galleggiare significa sopratutto affrontare certe magagne, evitare deragliamenti, prendere di petto ostacoli difficili: un possibile conflitto d’interessi, per esempio. Non è passata inosservata l’assenza rumorosa del ministro Boschi, che ha fatto capolino per un saluto veloce soltanto domenica sera, proprio mentre Alessandro di Battista annunciava a Maria Latella su Sky Tg24 che il Movimento 5 Stelle avrebbe presentato mozione di sfiducia nei suoi confronti (mozione che oggi Forza Italia e Lega Nord hanno detto di appoggiare), per l’affaire Banca Etruria e la storiaccia delle obbligazioni subordinate “truffaldine”.  Brutto colpo, per il ministro, a detta di Giovanni Floris, “più autorevole” del governo. La bomba del decreto salva-Banche è stata innescata e la testa dell’ex madrina della Leopolda potrebbe essere una delle prime a saltare, un giusto capro espiatorio, un prezzo da pagare per poter rimanere a galla. Anche questo è avere potere, ed evitare che ti logori.

C’è poi il caso Onorato. Vincenzo Onorato, l’armatore, “il marinaio” come si definisce lui. Monopolista, è forse il termine più corretto (e malizioso). Onorato è proprietario di Moby Lines e Tirrenia, con le quali copre il 90% dei trasporti tra la Sardegna e lo stivale. Al di là di questa “controversia” economica, su cui spetta all’Antitrust esprimersi, rimane il caso della tragedia del Moby prince del 1991, andato in fiamme e causato 140 vittime. Le responsabilità vanno ancora accertate, ma nel dubbio non era il miglior ospite che si potesse chiamare, tra gli altri, a testimoniare “l’Italia migliore“.

L’Italia migliore, già: si rivela qui, nel paradosso del renzismo, la sua natura vera di post-craxismo e post-berlusconismo. L’ostentazione disperata e compulsiva di un ottimismo di plastica, che mostra una confusione imperdonabile sui ruoli del gioco politico che da ormai due anni è chiamato ad interpretare. Il porre costantemente i riflettori sul “cosa si è fatto”, piuttosto che sul “cosa c’è da fare”, l’esibire i successi, piuttosto che affrontare gli insuccessi, celebrare chi ce l’ha fatta anziché spendersi per chi non ce la fa: sono tutte spie di una filosofia del potere, conservatrice e col fiatone, di chi si è reso conto che la montagna è più alta del previsto. E dunque il finale trash, il “vota il giornale peggiore” col mirino puntato, non a caso, sul Fatto Quotidiano, Libero e Il Giornale. E’ l’autoritarismo di governo che dimentica che il motto di un bravo giornalista dovrebbe essere “Cave canem“, e non “Ave, Cesare!“.

Così, nella tre giorni di Firenze, si è consumato il teatrino della Leopolda 2015. “Terra degli uomini”, o giardino degli dei, rimane il fatto che il suo ruolo propositore è ufficialmente esaurito, perché appiattito sul governo. Delle due, l’una: o si ammette candidamente la sua nuova funzione autocelebrativa e autoreferenziale, o si comincia a pensare di “passarla di mano”, cederla a chi può avere qualcosa da dire e riconsegnarle lo scettro della minoranza. In un’ottica davvero democratica.

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