Published On: Mer, Mar 30th, 2016

LA LATITANZA DELLA BORGHESIA PARMIGIANA

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 silinardi

di Luigi Derlindati – Il libro inizia ad entrare nel vivo parlando dei personaggi che non hanno capito che il primo dovere della borghesia di una città è diventarne classe dirigente. A Parma questo disimpegno ha permesso a persone mediocri di gestire politica ed economia con risultati molto modesti o del tutto negativi.

Chi ha contribuito a far sì che Marpa divenisse tale è stata indubbiamente la maggior parte della borghesia della città. Una classe appagata dalla sua situazione benestante che,  nella sua maggioranza aveva sostituito la gastronomia agli impegni e agli ideali, non incline quindi a perder tempo ad impegnarsi nella sfera pubblica, ma pronta a delegare a suoi emissari, anziché indicare proprie decisioni operative, questi compiti con l’intendimento di controllarne l’operato ed eventualmente rettificarlo, assorta, come ha detto un umanista locale, nella contemplazione del proprio ombelico.
Ma questa classe lasciava un vuoto di dirigenza che i citati emissari occupavano e, senza sentirsi referenti di alcuno, esercitarono sempre più in proprio le funzioni precipue della borghesia cittadina. Una borghesia che la Gazzetta di Marpa, periodicamente illuminava, accompagnando i suoi adepti con ossequiose celebrazioni che ne appagavano la vanità e contemporaneamente indirizzava il popolo, cioè i cittadini, ad uniformarsi all’andazzo prestabilito;
La funzione principale di una borghesia imprenditoriale e delle professioni è quella di far sorgere una classe dirigente al servizio della comunità, servizio improntato a moralità, serietà ed efficienza. A Marpa non certo succedeva come negli Stati Uniti nei quali spesso nel passato si sentiva dire che quando le cose andavano bene per la tal società andava bene anche al Paese. Qui importava solo dei propri affari e se ciò significava distruggere il territorio, avere privilegi a danno di altri e cose simili, a nessuno ne poteva interessare di meno. Chi ora piange l’occupazione francese di Parmalat e la fine del sistema di banche cittadine che agli inizi degli anni novanta erano tre e profondamente inserite nel tessuto socio economico provinciale che sostenevano con un occhio di riguardo, faccia un esame di coscienza, la spiegazione la troverà nell’accettazione supina, anzi plaudente di certi personaggi divenuti importanti, pur non essendone all’altezza, che in una società seria non avrebbero avuto diritto di cittadinanza.
Addirittura chi non seguiva l’andazzo del “quieta non movere et mota quietare” imperante doveva essere emarginato ed è ciò che accadde al sottoscritto che, come uomo libero, non aveva mai accettato di inserirsi in certe combriccole o confraternite.
La pretenziosa classe dirigente parmigiana proviene da vari ambienti ed in particolar modo da quello imprenditoriale e delle professioni. A non pochi esponenti di questi ambienti manca una formazione culturale adeguata. Molti suoi accoliti sono persone di successo della prima generazione la cui ricchezza non ha fatto in tempo a trasformarsi in cultura e che quindi dal punto di vista dell’etica della responsabilità e dell’impegno difetta di molti stimoli, frutto di elaborazione di esperienze e concetti acquisiti con un processo serio di formazione. Purtroppo succede pure che, chi questa formazione ha, si defili e non senta l’orgoglio ed il dovere di occuparsi anche della città grazie alla quale ha avuto successo e ricchezza. Preferisce compiacersi nell’esistente quietismo.
E non tanto per la teoria di Max Weber che fa discendere il capitalismo dal protestantesimo, teoria debole in quanto già il Medio Evo vi aveva pensato, ma per il fatto che lo stesso sociologo tedesco ne avesse posto l’accento sull’accezione etica e individuato nel successo un privilegio esistenziale o addirittura provvidenziale: chi lo aveva avuto doveva ripagarlo in termini di impegno verso la società.
Una borghesia che si rispetti, quindi, deve saper dare in termini di impegno, e ancor maggiormente, avendone gli strumenti. E a Marpa questi strumenti esistevano ed esistono e uno dei più importanti era ed è la stampa e la sua derivazione televisiva che poteva e può, con interventi approfonditi, aiutare i cittadini a formarsi uno spirito critico e così a saper valutare fatti  e personaggi della scena pubblica cittadina; in una parola far “crescere” la città. Questi strumenti invece furono e sono usati per interessi di bottega e per focalizzare l’attenzione dei cittadini su questioni distanti anni luce da quel che effettivamente importava e importa o su frivolezze titillanti la curiosità pettegola di molti.
Tra i nuovi “importanti” vi è pure qualche trombone che “se la tira”, un tipico esempio di chi vuol strafare e straapparire, senza averne il “phisique du rol”. Molti di questi “importanti” non si rendono conto che lo spazio che occupano è  solo quello sul quale appoggiano i loro piedi; mentre l’insignificanza di alcuni li rende così anonimi da confonderli con la tappezzeria, considerazione usurata ma sempre valida.
Questo andazzo permise che il territorio fosse sempre più oggetto di speculazioni eccessive; che i connubi politica e affari si sviluppassero; che in tribunale spesso la giustizia fosse un optional e si facessero gli affari di qualcuno o che sorgessero aree di privilegio; che i politici fossero sempre meno indipendenti perché sempre più legati a chi ne finanziava le campagne elettorali.

Per questo tipo di borghesi fu uno shock il crac Parmalat e le sue ricadute sulla città. Occupati com’erano ad avere occhi solo per se stessi non si avvidero del lento ma inesorabile destino del sistema bancario locale, non subodorarono che a Collecchio le cose andassero male, anzi, forse qualcuno lo aveva pure capito molto bene. Infatti, l’articolo di fondo del 2 gennaio 2004 del direttore della Gazzetta di Marpa chiaramente commentava che “Tutti sapevano che Calisto era seduto su una montagna di debiti” e allora come mai su questa montagna era sceso un nebbione fittissimo e messa la sordina a notizie preoccupate che di lì filtravano? Il quotidiano cittadino soltanto qualche mese prima era prodigo di elogi verso Calisto ed i suoi giannizzeri in banca e fuori. L’ipocrisia elevata a sistema; quel “sistema Marpa” che quel galantuomo del consigliere comunale Marco Ablondi ha sempre teorizzato senza mai essere ascoltato.
Lo shock però fu presto rimosso e accantonato come fosse stato un brutto sogno. Tutto è tornato come prima con il megafono dei media saldamente in mano a chi si sa, che continua a distribuire immagini edulcorate o prediche impostate, quasi fosse un muezzin sul minareto di una moschea il venerdì.

A scrivere queste righe provo una profonda tristezze ed una gran pena, e quel che è peggio interpreto pure i sentimenti di molti parmigiani che queste cose le sentono e le dicono in privato non avendo possibilità di diffonderle perché trattasi di gente comune, della così detta brava gente da sempre blandita e, mi si passi il termine, sempre fottuta. Ma forse è questo che vogliono le mezze tacche che “fanno andare avanti” la città. A loro posso solo ricordare questa frase: “Una società che non è illuminata dalle sue intelligenze è blandita dai suoi ciarlatani”: la porta d’ingresso del declino.
In contemporanea alle vicende  al tempo della “Parma da bere” degli anni ’80, la borghesia cittadina si diede a rinnovare i fasti ducali assumendo quell’aspetto cortigiano, imbellettato con riti mondani, nei quali protagonismo ed esibizionismo diventavano caratteristica sociale. Un aspetto che Parma non è stata capace a scrollarsi di dosso. Al posto della Duchessa vi erano i nuovi, si fa per dire, Duchi tra i quali, con la stampa sempre prona per le disponibilità bancarie a disposizione, brillava il Luciano, presidente della Cassa di Risparmio, individuo vezzeggiato pur con molte “turate” di naso, da chi vi aveva un interesse. Vi erano, infatti, imprenditori che avevano urgente bisogno di liquidità e, in alcuni casi, potevano addivenire ad un reciproco scambio col finanziatore: fidi della banca in cambio di sperticati elogi sulla stampa.  Altro oggetto di inchini e pure di benefici era il Palazzo di Giustizia, mentre la Curia era prodiga di preghiere in cambio di elargizioni “pro ecclesia”.
Nel coro plaudente l’unica voce autorevole che si levò fu quella del nostro grande industriale, Pietro Barilla, che in un convegno della Confindustria tenutosi a Parma il 10 dicembre 1992 mostrò tutto il suo sdegno per certi banchieri (“sono inefficienti, avidi e paurosi” aveva detto un altro intervenuto). Disse il signor Pietro: “sono bancari non banchieri e noi andiamo in ginocchio da questi modestissimi uomini” un intervento interrotto da fragorosi applausi; molti parmigiani presenti si “diedero di gomito”.
L’epifania del Luciano, vero Pirgopolinice di finanza, per grazia collecchiese ricevuta, che imprenditoria, professionisti, giudici e bancari (per amor di carriera) ufficialmente lodavano e adulavano, la si ebbe appena dopo lo scoppio del crac Parmalat: era una persona che non aveva avuto nemmeno il coraggio di mostrare la propria faccia a quei giornalisti che solo qualche mese prima lo ricercavano affannosamente per avere l’onore di intervistarlo: l’antivigilia del Natale 2003 nascose il volto dietro una cartella piena di documenti ( vedasi foto), uscendo dal tribunale ove era stato convocato come persona informata sui fatti (e poi inquisita) relativi al crack. Nel volgere di qualche mese quel palazzo nel quale quando vi entrava sembrava vi entrasse Rokefeller, era diventato un ambiente da schivare “come le bocchette”.
E da schivare lo era diventato pure lui; infatti molti suoi laudatores temporis acti erano diventati altrettanti San Pietro nel cortile di Caifa. Si assistette ad un repentino giro di valzer di molti borghesi, un atteggiamento paradigmatico dell’attitudine di questa classe cittadina cortigiana, pronta a voltare le spalle, e non solo quelle, all’ex importante di turno caduto in disgrazia. In una città di appassionati di calcio, il così chiamato “calcio dell’asino”, reso noto da una tavoletta di Fedro, andava iscritto d’ufficio tra gli sport borghesi preferiti.

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