Published On: Mer, Mar 23rd, 2016

QUEI MARPIONI CHE HANNO DECLASSATO PARMA

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MARPA

di LUIGI DERLINDATI – Nessun parmigiano che ami veramente la sua città può essere contento della situazione  in cui versa attualmente la città che si ritrova piena di debiti, con opere inutili o incompiute costate parecchi milioni, privata di infrastrutture essenziali ed il cui panorama economico ha visto sparire fior fior di aziende storiche. Ultima beffa, la debacle della gloriosa squadra calcistica finita in serie “D”. Di chi la colpa di questo disastro? Un libro lo spiega in modo semplice e preciso, l’autore è il dott. Luigi Derlindati; il titolo del libro è MARPA, l’anagramma di Parma, divenuta la città dei  “marpioni”, una sedicente classe dirigente intenta a fare i propri interessi servendosi di città e suo territorio. I loro disegni sono stati facilitati, oltre che dalle “aderenze”  in tribunale, dall’avere nelle loro mani il monopolio della stampa cittadina utile fiancheggiatrice che, alla bisogna, evitava la pubblicazione di verità scottanti e blandiva chi poteva assecondare i loro interessi.

Ora anche questa stampa (che è più giusto chiamare “Gazzetta di Marpa”) si è accorta, si fa per dire, del degrado esistente ed ha deciso di avviare una serie di interviste a persone che contano, chiamando il servizio giornalistico “La Parma che vorrei”, ma che era meglio intitolare “La Parma che abbiamo contribuito a degradare”, una città ove i citati marpioni hanno spaziato a piacere grazie anche al sonno degli inquilini del Palazzo di Giustizia che nel racconto prende il nome di “Tribanale” .

Nessuno doveva disturbare i marpioni se qualche “audace” osava  farlo veniva colpito inesorabilmente. Questa attitudine però non è riuscita a ridurre al silenzio un piccolo settimanale cittadino (“la Voce di Parma”) e specialmente l’autore del libro che nel 1995 pubblicò  “L’Insetto e il Pachiderma” (libro che abbiamo pubblicato pure a puntate) che svelava le deviazioni della Giustizia cittadina partendo da un misfatto accaduto nel patrio tribunale ad opera di una banda che in esso si annidava. L’autore conosce bene la città e chi vi opera per essere stato sino all’inizio degli anni ’80 del secolo scorso nella “stanza dei bottoni”; per 20 anni è stato imprenditore di successo, stimato  nel suo ambiente ove ha ricoperto importanti incarichi  quali  presidente di  Confindustria Ceramica (l’associazione nazionale dei produttori di piastrelle) per 5 anni e per altrettanti membro di Consiglio Direttivo e Giunta di Confindustria; vicepresidente dell’Unione Parmense degli Industriali e della Piccola Industria Nazionale e prima ancora membro del gruppo dirigente dei Giovani Imprenditori Italiani. Dal 1970 al 1980 ha pure ricoperto la carica di consigliere comunale ed è stato lui a far emergere nel 1975 il primo scandalo edilizio cittadino che tenne banco sulla stampa nazionale. Una persona del genere dava sicuramente fastidio, ma non si riuscì a farlo tacere anzi i suoi graffianti ed ironici articoli sul settimanale citato, colpivano sempre nel segno e lo hanno portato a pubblicare Marpa quasi a lasciare una testimonianza a futura memoria.

Il libro si svolge a forma di dialogo tra l’autore ed un amico inglese di nome Graham, che ne diventa coautore, e parte da una visita di quest’ultimo all’amico incontrato a Cambridge nel 1960 ove entrambi studiavano. Questo dialogo viene integrato dal manoscritto sul degrado cittadino che il Derlindati stava ultimando e che ha mostrato all’amico britannico.

Le persone che il libro cita hanno nomi e cognomi e riguardano molti maggiorenti della città, molti dei quali responsabili della situazione attuale e sono indicati col solo nome di battesimo, per facilitare i riferimenti nell’introduzione ne è indicato l’elenco che sarà pubblicato sul prossimo numero.

 

LA METAMORFOSI DI PARMA IN “MARPA”, LA CITTA’ DEI MARPIONI.

“Qualcuno ha scritto che non c’è problema al mondo che non si possa risolvere con una storia e qualcun altro che tutto va a finire in un libro”.

Con questo richiamo iniziava il racconto “l’Insetto e il Pachiderma” nel quale mi opponevo alle vessazioni di chi doveva difendermi dalle stesse: il patrio Palazzo di Giustizia. Quel richiamo, preso dal poeta francese Stéphane Mallarmé, è valido anche per quanto vado a raccontare, però con l’aggiunta di un’appendice. Infatti se tutto va a finire in un libro tutta una città va a finire in un giornale, anzi nei giornali; infatti un solo quotidiano non può essere sufficiente, non sempre vi si trovano tutte le notizie che interessano, anzi al contrario è possibile che qualcuna, anche importante, sia taciuta o perché non è arrivata in redazione oppure, e spesso, per il motivo che non la si vuol pubblicare per non dar fastidio a qualcuno cui il giornale, per i più svariati motivi, particolarmente tiene, oppure perché essa toccherebbe chi del giornale fa parte o come azionista o come amministratore o dirigente.

In una situazione come questa (che poi era quella sino circa metà degli anni ’90 a Parma) vi è ampio spazio per il sorgere di altri fogli, quotidiani o settimanali, che colmano le lacune volutamente lasciate dal quel quotidiano. Tutto a posto? Non proprio perché è pure possibile che gli altri fogli pubblicati coprano altri interessi particolari e spesso in contrasto con quelli che stanno a cuore al citato quotidiano; ci si trova quindi di fronte a situazioni specchiate o a classici neuroni specchio giornalistici.

L’unica possibilità di conoscere tutto quel che capita in una città attraverso la carta stampata impone una sola cosa, che venga pubblicato un giornale libero, cioè che non dipenda da nessuno e che può scrivere quel che vuole, come vuole, quando vuole, riguardo a chi vuole; un giornale anticonformista basato su chiarezza di pensiero ed efficacia di linguaggio: un giornale fatto da uomini liberi che nessuno può condizionare; uomini non disposti a prendere per buono quel che l’andazzo ufficiale serve quotidianamente con dovizia cioè, per parafrasare Giuseppe Prezzolini, un “foglio” degli “Apoti”, di coloro che non la bevono.

E da questo punto inizia il presente racconto

Un racconto che vede protagonista una classe dirigente autoreferente che lentamente ha preso nelle sue mani il controllo della città sino a cambiarle eufemisticamente il nome, pur mantenendo le stesse lettere: un eloquente anagramma, quasi un destino. Infatti Parma è diventata Marpa, cioè la città dei marpioni, marpioni che sono dislocati ovunque nelle istituzioni o nei posti che contano, dagli enti pubblici alle associazioni di categoria, dalle logge massoniche alla magistratura; un intreccio di relazioni che coinvolgono politica, affari, finanza, carriere e che hanno alla base un mucchio di soldi facili.

Ora invece alla città proustiana e stendhaliana subentrava la città, dal nome sempre compatto, ma governata direttamente o indirettamente da una nuova categoria di chierici che per loro era solo occasione di potere e arricchimento.

A molti di questi signori il Comune cittadino elargiva ogni anno una medaglia d’oro chiamata premio S. Ilario conferito nel giorno del santo patrono, Sant’Ilario di Poitiers appunto, con grandi servizi sulla stampa cittadina; un premio per alcuni centrato per altri addirittura assurdo, tanto che per le persone premiate con superficialità o per interesse ci fu chi richiese che tali onorificenze fossero ritirate per la manifesta loro indegnità .

Questa metamorfosi, tuttavia non sarebbe potuta avvenire se chi aveva il compito di vegliare sulla vita della città lo avesse esercitato; ma non lo fece. Mi riferisco a due soggetti determinanti: il tribunale e la stampa. Quest’ultima avrebbe dovuto essere un cane mastino a guardia del potere ed invece si era ridotta ad essere uno sdentato cucciolo da salotto, innocuo, che anzi scodinzolava anziché ringhiare; un salotto però di tutto rispetto: quello marpionico. Il cardinale Martini non mancava mai di ricordare che “I mezzi di informazione e di comunicazione rappresentano l’occhio della nostra società. Se questo occhio è davvero limpido, la società si fa più civile; se è  torbido, la società si degrada”. Ma deprecare questo stato di cose non basta. Occorre anche comprendere quali ne siano le cause. Lo scopriremo sfogliando queste pagine.

Il tribunale invece anziché essere l’Areopago della città, un palazzo di giustizia con la “G” maiuscola, molte volte è stato solo una specie di “buen retiro”, in attesa del pensionamento, per magistrati che non desideravano avere seccature, oppure per colleghi tendenti a far valere spesso solo le ragioni, di amici o benefattori. Infatti, questo massimo arbitro di ogni diatriba coi suoi interventi può far vincere chi vuole, abbia o no ragione, mentre il buon giudice antepone sempre l’onestà all’utile, lo ricorda una citazione oraziana che dovrebbe far parte del bagaglio culturale di chi amministra la giustizia: “bonus atque fidus iudex honestum praetulit utili”. Nel Palazzo è stato inoltre ignorato un concetto  fondamentale, quello cioè che il tribunale è la casa di tutti i cittadini che chiedono giustizia allo Stato e che questo servizio pagano con le loro tasse , le quali servono a erogare lo stipendio ai giudici, pubblici funzionari, che sono quindi al servizio dei cittadini che la giustizia invocano. Da ciò consegue che se il servizio è scadente chi lo ha pagato ha il diritto-dovere di reclamare.

Questo stato di cose ha indotto qualcuno a modificare l’intestazione del Palazzo in “Tribanale di Marpa”.

 

Questo scenario, che alla superficie mostrava una città come il posto più tranquillo, vivibile e controllato del mondo, fu lacerato da un timido settimanale di otto pagine che iniziò le pubblicazioni nell’ottobre del 1998 ( Il “Giornale di Parma” dal 1998 al 2001 e la “Voce di Parma” che lo seguì senza soluzione di  continuità) e sul quale scrivevano i classici “quattro gatti” che però avevano tutti una caratteristica, erano uomini liberi, cioè puliti, senza addentellati con i padroni del vapore, persone coraggiose che non  guardavano in faccia nessuno. Di fronte a questo “intruso” i marpioni, presi alla sprovvista da questa temeraria iniziativa di persone, che altro non potevano ritenersi che dei pazzi, reagirono mostrando i muscoli, sicuri di ridurre in poco tempo quei matti al silenzio.

Tuttavia quei matti tennero duro e si opposero alle vessazioni che si susseguirono nel tempo. Certo questo confronto diede loro molto filo da torcere e costò parecchio in fatto di impegno, tempo e sacrifici, Come ci ricorda Momsen parlando dei Sanniti nei confronti dei Romani, la reazione dei citati matti temerari avvenne nello stesso modo, col “coraggio degli uomini liberi che se non sono riusciti a vincere la Fortuna sono stati capaci di farla arrossire”.

Ma questi don Chisciotte, tra i quali fui iscritto d’ufficio, avevano un’altra caratteristica rispetto ai sanniti, erano tenaci, non mollavano, nonostante li si coprisse, eufemisticamente parlando, di botte e col passare del tempo riuscirono a far arrossire non solo la fortuna ma anche alcuni marpioni ed ottenere vittorie importanti.

Quella che segue è la storia, o meglio cronaca, di un confronto serrato tra alcune persone che si contavano sulle dita di una mano e un apparato potente e munito di una forza d’urto notevole. Ma la storia, quella vera con la “S” maiuscola, ci ha spesso insegnato che nelle contese non la quantità dei combattenti, ma la loro qualità, è stata quasi sempre la carta vincente mentre le rivoluzioni sono iniziate sempre ad opera di poche persone.

Scorrendo il racconto si incontreranno diversi marpioni, marpioncini o loro aggregati come l’associazione che riunisce gli imprenditori che deve il suo vero potere al monopolio dell’informazione. Essa infatti è proprietaria del quotidiano locale, “La Gazzetta di Marpa” e della Tv, nata dal quotidiano come Eva dalla costola di Adamo.

Volta per volta incontreremo pure singoli magistrati, commercialisti, avvocati, politici; una “celeste schiera” per alcuni, una “bufera infernale” per altri.

Questo racconto vuole essere anche un doveroso tributo ai miei concittadini ed alla mia città: la spiegazione dei motivi dell’involuzione della sua classe dirigente le cui scelte furono spesso esiziali per la sua vita economica e politica. Un dovere di testimoniare le disfunzioni del sistema che poi hanno gravato sui responsabili e purtroppo anche sulla parte sana della città.

Questo racconto riassume fatti accaduti in una città che ha perduto con la sua profonda identità il genuino senso della giustizia, fatti che ha narrato in più lustri un piccolo settimanale che, solo per questo, meriterebbe un posto di riguardo nella coscienza dei parmigiani; un racconto per non dimenticare le ragioni per le quali pian piano, impercettibilmente ci siamo ritrovati ad essere cittadini di Marpa.

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