Published On: Mer, Apr 20th, 2016

TRIBANALE: PROCESSI BULGARI ALLA STAMPA LIBERA

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di LUIGI DERLINDATI – Dedichiamo un paio di puntate ad alcuni dei processi voluti dai marpioni contro “laVoce di Parma” e “il giornale di Parma”, che furono descritti come processi “bulgari” di antica memoria, con una differenza però. I processi bulgari o staliniani si concludevano sempre con la condanna degli imputati, quelli del tribanale di Marpa finivano in niente quando non risultavano quasi delle pagliacciate.

Dopo una breve introduzione iniziamo con il primo grosso atto di accusa messo in pratica addirittura dall’allora presidente del tribanale finito, ovviamente, in un nulla di fatto. 

 

Sino all’autunno del 1998 a Marpa si era sempre più affermata la “pax marpionica”, i marpioni portavano avanti i loro affari ed interessi senza che nessuno osasse mettervi il naso o aver qualcosa da dire; se del caso scattavano le coperture del palazzo di giustizia e della stampa come nella vicenda dell’inchiesta milanese di “Mani Pulite” relativa a mazzette e finanziamenti ai politici; in quella stagione anche a Marpa vi furono inchieste; poteva esserne esente un luogo simile? Si parlò di una sessantina di avvisi di garanzia, addirittura pare fosse inguaiato pure un monsignore molto influente, tanto che gli amici lo chiamavano “terremoto”, ma tutto passò senza colpo ferire e senza alcun processo.

Nel 1995 un processo poteva aver luogo per una pastetta nelle realizzazione della tangenziale sud in cui i politici fecero in modo che vincessero imprese organiche ai loro partiti. L’indagine portò a scoperchiare il pentolone. Il magistrato incaricato scrisse pagine pesantissime su questo scandalo, leggendo le quali ci si aspettava di vederle chiudere con un maxi rinvio a giudizio: erano indagati importanti impresari, assessori e dirigenti del Comune, Invece le ultime righe del corposo atto di accusa contenevano una sorpresa: considerando che erano passati 5 anni dal misfatto, che gli indagati avevano confessato i loro crimini e quindi aiutato le indagini ed essendo gli stessi incensurati, il giudice applicò le attenuanti generiche e dichiarò i reati estinti per prescrizione. Una presa per i fondelli di gran classe tanto che non pochi pensarono ad una “tirata” a oltre cinque anni per chiudere il tutto mentre altri obiettarono che trattandosi di pubblici amministratori coinvolti occorreva, anziché le attenuanti, applicare pesanti aggravanti. Ma si era a Marpa, nessuna meraviglia.

Nell’ottobre uscì, come abbiamo già visto, il primo numero del Giornale di Parma che apriva con la descrizione della battaglia dell’ex bancario Luigi contro l’allora potentissimo e riveritissimo presidente della Cassa di Risparmio di Marpa, Luciano che, mi dissero, vedendo il giornale fu assalito dal dubbio di esserne uno dei bersagli. Il dubbio durò poco e, quando gli fu detto che anch’io collaboravo col settimanale, divenne certezza e decise di reagire in modo duro chiamando a raccolta i giudici amici.

Qui occorre fare una considerazione di ordine generale già illustrata in casi specifici, se i marpioni avessero avuto un quoziente di intelligenza discreto avrebbero ignorato quel foglio appena uscito e nemmeno molto interessante, ma assistere per la prima volta a contestazioni ed ironia nei loro confronti fece probabilmente perdere loro lucidità e scattare il desiderio di far fuori l’intruso che nei numeri seguenti continuava a pizzicare e ironizzare ora su questo ora su quello. Iniziarono le denunce e i procedimenti penali precostituiti: la decisione prima dell’analisi e dell’autoanalisi; l’arroganza elevata a sistema.

“Delegittimazione” fu la parola d’ordine nei confronti della stampa libera. Nulla doveva essere trascurato o lasciato al caso, occorrevano interventi mirati e chi meglio poteva farli era il tribunale, anch’esso per la prima volta sotto attacco dal foglio appena uscito. Questo fu il principio alla base della decretata “soluzione finale” che noi definimmo stagione dei “processi bulgari” o “staliniani” dei quali avevano tutta l’aria sia per i reati immaginari perseguiti sia per il modo in cui le inchieste venivano condotte.

Alla base di questa attitudine regnavano sovrani forti pregiudizi nei confronti di chi scriveva sul Giornale; un sentimento questo che dovrebbe essere sconosciuto ai magistrati mentre invece troppo spesso condiziona le loro decisioni.

E’ stato detto nell’ambiente giornalistico che un giornalista non vale nulla se non ha mai avuto un processo per diffamazione a mezzo stampa. Se ciò corrisponde a verità il direttore della “Voce” poteva aspirare al premio Pulizer, tante furono  le denuncie ed i processi che collezionò.

Fare l’elenco di questi “attestati di valore” sarebbe lungo, citerò i più significativi di questa “vis delegittimatoria” a favore dell’universo marpionico marpigiano.

Molti procedimenti a dire il vero si conclusero in una bolla di sapone senza arrivare in aula mentre condanne avutesi in primo grado nelle altre sedi di giudizio furono annullate o ridimensionate di brutto, ma la potenza di fuoco messa in opera non lasciava dubbi sulle intenzioni. I primi due esempi sono paradigmatici.

 

 

Punite i “delegittimatori”!

Ogni contesa che si rispetti ha un inizio quasi epico che le conferisce la dovuta dignità. Questo incipit non poteva mancare nella lotta di più lustri che il tribunale avviò contro il settimanale in edicola da due anni, ma di epico non aveva proprio nulla.

Nell’ottobre 2000 il presidente del tribunale inviò al presidente del Consiglio Superiore della Magistratura una accorata lettera che testualmente affermava:

 

Ill.mo presidente del C.S.M.,

 trasmetto alla S.V. il documento sottoscritto da tutti i magistrati attualmente in servizio presso gli uffici giudiziari di Parma, allo stesso allegando, su richiesta dei predetti colleghi, alcune copie del settimanale “Il Giornale di Parma” nonché volantini diffusi dall’ex bancario Luigi ai quali fa diretto riferimento il documento trasmesso.

I sottoscritti magistrati in servizio presso gli uffici giudiziari di Parma SEGNALANO A CODESTO ON. CONSIGLIO che da anni è in corso una campagna sistematica condotta mediante la diffusione di volantini ad opera dell’ex bancario Luigi e, da ultimo, mediante una serie di articoli pubblicati dal settimanale locale “Il Giornale di Parma” contro i magistrati in servizio presso questi uffici.

Tale campagna, finalizzata a delegittimare aprioristicamente l’Istituzione giudiziaria nel suo complesso appare, al contempo, idonea ad arrecare grave nocumento all’immagine della giustizia ed all’opinione che i cittadini si formano sull’esercizio della giurisdizione, indotti evidentemente a dubitare della lealtà ed imparzialità dei giudici e dei pubblici ministeri, nonché a supporre che l’attività giudiziaria risulti condizionata da interferenze esterne.

Fatte salve le iniziative che ciascun magistrato riterrà di assumere nelle competenti sedi giudiziarie a tutela della propria onorabilità, i sottoscritti magistrati, nella serena coscienza di avere sempre svolto e di poter continuare a svolgere la propria attività con imparzialità, respingono con fermezza questo tentativo di delegittimazione perchè ingiustificato, pericoloso e grave per le forme ed i contenuti adottati.

CONFIDANO che codesto Consiglio vorrà intraprendere tutte le iniziative che riterrà necessarie a tutela della loro immagine pubblica e della loro onorabilità professionale”.

 

Questa concione era seguita dalle 26 firme dei magistrati del tribunale con in testa quelle del presidente e del procuratore Giovanni,  si disse che l’elemosiniere delle firme fosse stato Francesco Saverio.

Questo documento doveva rimanere “top secret”, ma nel palazzo vi era anche chi nutriva simpatia nei nostri confronti (oppure antipatia verso i “residenti”) e così potemmo ottenere questo ed altri documenti segretati.

ll Consiglio Superiore, com’era facile prevedere, si comportò come se la lettera mai l’avesse ricevuta, potremmo pure azzardare l’ipotesi che la considerasse come noi la considerammo, un’amena barzelletta, perché innanzitutto il “grave nocumento all’immagine della giustizia” i firmatari erano i primi a darlo con il loro comportamento non imparziale perché viziato dalle “interferenze esterne” degli amici o amici degli amici, mentre i cittadini purtroppo non avevano bisogno di un settimanale ”delegittimante”perché ci avevano pensato proprio loro a questo fine. Forse, azzardiamo, lo scritto era stato inviato per “pararsi le terga” ed a futura memoria in caso di una recrudescenza degli attacchi dell’odiato foglio. Come il documento arrivò in redazione costituì un ancor maggior oggetto di ironia e strumento di contesa.

Ad bundantiam occorre segnalare che il presidente che inviò la missiva, verso la fine anno 2000 si recò a Salsomaggiore da un giornalista che conosceva e che aveva saltuariamente collaborato col Giornale di Parma (persona, fra l’altro colta e professionalmente preparata, che aveva conosciuto tempo addietro) a chiedergli di cercare in tutti i modi di scalzare il Fabrizio dalla direzione del settimanale e prenderne il posto.

L’operazione ebbe successo e fu condotta con un blitz illustrato più avanti, ma fu come chiudere la stalla dopo che i bovi ne erano usciti col proposito di fondare un nuovo settimanale che, senza soluzione di continuità, proseguì il cammino come prima e più di prima. Era nata la “Voce di Parma”

 

La stagione dei pedinamenti

Il primo affondo “operativo” fu rappresentato dall’indagine su alcuni articoli che svelarono essere alcuni di noi assieme ad ex bancari oggetto di pedinamenti dei quali il Luciano Silingardi era il mandante mentre gli esecutori erano due investigatori, uno dei quali poi diverrà noto alle cronache giudiziarie, il già citato Braccio. Su questa vicenda uscì pure un articolo di due pagine sul settimanale l’Espresso ed alcuni articoli su un quotidiano di Reggio Emilia. Ovviamente non potevamo essere da meno e nel novembre uscì un mio articolo dal titolo “Il K:G:B: di Luciano”. Gran movimento in Procura per scoprirne l’autore, qualcuno andò appositamente dal magistrato indagante per suggerire il mio none, ma non riuscivano a trovare un prova convincente. Qualche mese dopo dissi candidamente che l’articolo l’avevo scritto io, e che non c’era affatto bisogno di tutto quel trambusto, me lo avessero chiesto l’avrei ammesso senza lacuna difficoltà, ma si sa, scovare il reo è molto eccitante.

Tuttavia non potevamo passare la cosa sotto silenzio, le trame poste in essere per incastrarci erano note dal dossier vergato dal Braccio e depositato in tribunale; sporgemmo denuncia che arrivò sul tavolo del Gip che, di fronte all’evidenza, decise per il rinvio a giudizio dei pedinatori e del loro mandante Luciano,  imponendo al Pm di formulare i capi d’accusa. Questi non si decideva, ci volle una denuncia alla Procura Generale di Bologna e così iniziò il processo ai pedinatori e per la prima volta sedevamo nella parte riservata alle parti civili offese. Ma ci rimanemmo per poco. Il giudice che aveva ammesso i nostri testimoni fu cambiato e chi lo sostituì si mangiò la parola: li escluse e decise per il processo in via breve, non ci ammise come parti civili ed assolse i rei. Fu l’unica volta in cui i due investigatori furono assolti, essere in compagnia di Luciano, il superprotetto nel Palazzo, aveva anche i suoi lati positivi. Era però andato a monte il disegno del mandante di coinvolgere il giornale col Luigi e così colpire con le sue condanne qualcuno di noi.

Non pochi si meravigliarono per questa assoluzione di persone così pesantemente esposte nel violare al privacy altrui, addirittura con intenzioni fraudolente, ma la verità venne subito a galla: Il giudice che mandò assolti i rei era il marito di una signora giudice che, guarda caso, figurava nell’elenco dei magistrati cui la banca del Luciano aveva concesso le condizioni di superfavore di cui già abbiamo parlato; ma forse trattavasi di coincidenza, il marito poteva non conoscere i rapporti bancari della moglie.

Merita menzione il modo in cui il banchiere (anzi la sua banca) pagava i suoi sicari pedinatori: liquidava fatture per decine di milioni di lire per immaginarie bonifiche ambientali o finti acquisti di valori bollati, cose dell’altro mondo se riferite a chi si ergeva a grande banchiere, ma forse non era tutta farina del suo sacco, anche la Parmalat per foraggiare i politici fingeva di acquistare valori bollati; alla fantasia non vi è limite.

 

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