Published On: Mer, Apr 27th, 2016

TRIBUNALE, PROCESSI FARSA: DALLO “SKIZOFURBO” AI “COTTI RIGENERATI”

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SILIMGORDO MARCO ROSI

DI LUIGI DERLINDATI – Tra i processi bulgari contro la stampa libera che il libro elenca, dopo i due esaminati sul numero scorso, ne abbiamo scelti due che sono sintomatici dell’atmosfera giustizialista che regnava nel nostro palazzo di giustizia. Uno riguarda una querela per diffamazione a mezzo stampa di Luciano Silingardi a due giornalisti della “Voce di Parma” e l’altro, con la stessa motivazione, intentato da Mister Parmacotto, Marco Rosi, sempre al direttore del giornale che aveva dato la notizia della “rigenerazione” dei prosciutti cotti scaduti che giacevano in magazzino, i quali venivano ricotti ed ai quali veniva mutata la scadenza. Due processi finiti in una bolla di sapone quanto ai supposti diffamatori ma che hanno dato una pessima pubblcità ai querelanti  

Il processo “Silingardi Skizofurbo”

Questo processo fa parte del lato ameno di queste iniziative partite come punitive e risoltesi nel ridicolo.

Già in precedenza ho accennato alla parte propedeutica del processo: il suo avvio per opera del procuratore Gerardo, un procedimento iniziato male e finito peggio. Sin dalla prima udienza il dibattimento fu contraddistinto da una caterva di insulti e di menzogne da parte del Luciano parte civile e interrogato come parte offesa. La sua concione fu così fuori dal vaso che lo denunciai subito dopo. Il procuratore affidò le indagini alla sostituta che era proprio in aula come Pm quando Luciano fece il suo show. Saputolo mi chiesi e chiesi al procuratore se chi sosteneva l’accusa al processo e quindi stava dalla parte del mio avversario, poteva delibare un procedimento in cui questi era mia controparte. Il Procuratore rispose con due righe scritte a mano e che faticai a leggere, che tutto era regolare. Per lui.

Questo processo è paradigmatico di come un palazzo di giustizia può cadere nel ridicolo; lo dimostra anche il fatto che la stampa ufficiale di Marpa mai vi accennò.

Sin dal suo inizio come indagine, mostrò la corda. Un primo errore lo commise il Procuratore ricevette due denunce simili e fece due rinvii a giudizio, ma in uno di essi non seguì la prassi dovuta che imponeva il passaggio dal Gup (giudice dell’udienza preliminare); un errore che non dà lustro ad un magistrato dirigente e che allungò l’iter dei processi. Infatti ogni querela aveva il suo processo, cosa assurda tanto che in seguito furono unificati.

Ma oltre a quell’errore formale ve ne era uno sostanziale molto importante: il Procuratore non era legittimato ad interessarsi delle denuncie perché gli articoli riguardavano fatti accaduti una decina o più di anni prima e pure coinvolgevano pesantemente anche il tribunale; conclusione: le denunce erano da considerarsi ultra tardive ed inoltre di competenza di un altro tribunale perché il tribanale di Marpa non poteva delibare su ciò che lo riguardava. Le denunce dovevano essere  inviate al tribunale di Ancona, competente per i fatti riguardanti i magistrati marpigiani. Il Procuratore non osservò queste cose che gli avevo fatto toccare con mano con una particolareggiata memoria; lo accusai di abuso di ufficio, per aver accettato una denuncia pluri tardiva, ed omissione di atti di ufficio, per non aver inviato il fascicolo ad Ancona. Fra l’altro essendo stati gli appunti al tribunale già oggetto di commento nel libro che avevo scritto nel 1995, anche l’accusa di omesso controllo al direttore cadeva; avrebbe dovuto secondo Gerardo controllare cose apparse in un libro oltre due lustri prima. Il procuratore non ne aveva indovinata una e sulla “Voce” mi lasciai andare ad articoli divertenti per me e per i lettori, non senza esprimere gratitudine per le denunce che quegli articoli avevano provocato.

Il seguito non poteva essere da meno. Tanto l’accusa ai reprobi era “sentita” che a sostenerla come Pm si alternarono otto o nove persone, alcuni magistrati altri avvocati facenti tale funzione.

Il processo subì rinvii per vati motivi e arrivò finalmente all’udienza conclusiva. Come in altre simili situazioni non avevamo, il direttore ed il sottoscritto, avvocati di fiducia ma solo d’ufficio, tanto l’arringa difensiva, sotto forma di dichiarazioni spontanee, la facevamo sempre noi; Pm dell’ultima udienza era un avvocato che se avesse agito da persona coerente avrebbe chiesto l’assoluzione ma poteva un avvocato discostarsi dal procuratore che aveva voluto il processo? Domanda inutile chiese la mia condanna e quella del direttore ad un  anno. Il giudice, una signora grossetana che non aveva, mi dissero, mai assolto nessuno, fu coerente e ci condannò, ma vista l’età avanzata degli imputati (sic) ci risparmiò la pena detentiva convertendola in pena pecuniaria il cui ammontare ho dimenticato anche perché prevedibilmente svanirà essendo la vicenda abbondantemente prescritta. La lettura delle motivazioni della sentenza ci convinse che quella signora giudice, peraltro molto cortese, non aveva capito un gran che perché la sentenza era disseminata di errori formali e sostanziali che in pratica la demolivano. Un degno finale, anzi la vera comica finale.

La facilità con la quale Luciano denunciava chi lo derideva valeva solo a Marpa. Fuori dal recinto locale se ne stava cuccio cuccio. Un esempio lo si ebbe nell’estate 1995 quando il settimanale satirico milanese “Il Male” prese per i fondelli il banchiere (si fa per dire) marpigiano. Questo giornale ogni settimana pubblicava una rubrica chiamata “Il Giudizio Universale” in cui erano elencate le frasi giunte in settimana tipo “La fine di Berlusconi”, “Massacrare di botte la Pivetti” o allusioni sessuali e scurrili ma molto spiritose. Per alcune settimane comparve pure la frase “La fine di Luciano” tanto che il curatore della pagina si chiese apertamente: “Ma chi c…. è Luciano?”. Tutta Marpa, e non solo, rise di gusto; l’interessato incassò e tacque, non amava giocare fuori casa a lui andava bene solo il fattore campo.

La “resurrectio” dei prosciutti cotti

Per terminare il racconto di questa stagione di processi che non ha cavato un ragno dal buco nei desiderata dei marpioni e che ha fatto perdere un sacco di tempo a giudici e pubblici ministeri per ritrovarli con un pugno di mosche, a parte il costo di queste fisime giudiziarie, non si può non accennare ad un altro processo che è finito in sordina e che ha riguardato la denuncia di un noto industriale al direttore Fabrizio; il processo per i prosciutti cotti rigenerati dalla ditta del ragionier Marco, poi ricoperto di onorificenze quali i titoli di commendatore, cavaliere del lavoro, dottore honoris causa, premio Leonardo, premio S.Ilario, oltre ad aver occupato tutte le poltrone presidenziali che contavano: Ente Fiere, società editrice la Gazzetta di Marpa e Unione Industriali.

La Voce pubblicò un’intervista ad un ex dipendente della ditta del Marco, dalla stessa licenziato, nella quale affermava categoricamente che la ditta rigenerava i cotti rimasti in magazzino, dando loro una nuova scadenza, scartando ovviamente quelli che tale procedimento non potevano avere perché troppo deteriorati. La notizia andò in rete e l’azienda subito corse ai ripari denunciando il direttore del giornale e l’ex dipendente citando pure gli stessi in una causa civile.

Iniziò il processo nel quale però l’azienda non fu parte civile avendo in atto una causa correlata. Il primo ad essere sentito come testimone fu il Marco stesso che disse: “la mia ditta rigenerava solo i pezzi ritornati dai clienti per qualche avaria come rottura dei pallets ed altro ma escludo nel modo più categorico che tale prassi ricorresse per i cotti rimasti a magazzino e scaduti o prossimi alla scadenza”. Purtroppo dipendenti dell’azienda, messi alle strette, confermarono quanto asserito dal settimanale: anche quelli in giacenza venivano rigenerati. La situazione non era delle migliori, anche perché nella sua denuncia il Marco aveva affermato, facendo inorridire chi gli stava vicino, che la prassi rigenerativa era una pratica comune a tutti i produttori di prosciutti cotti. Cosa naturale per gli imputati  era di chiedere la testimonianza di questi produttori che il giudice ammise subito.

Dopo alcune udienze, tutte riportate con dovizia di particolari dalla “Voce”, che mettevano sempre più il Marco in un angolo, si arrivò alla vigilia dell’udienza in cui i produttori citati dovevano testimoniare. Ma l’udienza “clou” non ci fu. Il cavalier Marco il giorno prima rimise la querela!

Da notare che prima di questa udienza era uscita la sentenza civile,cosa rara per la velocità dell’iter, visti i tempi del Tribanale di Marpa in questo campo, anche perché il giudice non ammise i testimoni richiesti dal convenuto (gli stessi produttori ammessi nel processo penale) e arrivò direttamente a sentenza che condannava il direttore a profondere al presunto offeso 30 mila euro più le spese della causa. Se si vuole una cifra mite, ridicola; una notizia così eclatante per la dignità di un’industria nota per la sua pubblicità, avrebbe dovuto avere come minimo altri due zeri. Ma forse essa era funzionale a mettere la sordina al tutto. Infatti con la remissione di querela i Marco rinunciava ad esercitare la sentenza risarcitoria ed il direttore  accettò.

Dopo tutte le botte prese in Tribanale una boccata d’ossigeno non guastava. Non ho mai chiesto se assieme alla boccata di ossigeno vi fu altra aria salubre. La stampa locale allineata che mai aveva dato notizia delle varie udienze tacque anche sull’epilogo che però fu menzionato dalla home page marpigiana del quotidiano on line “la Repubblica”, una notizia rimasta in rete l’éspace d’un matin che terminava affermando che nessuno in futuro avrebbe saputo quali fossero le condizioni dell’accordo che permetteva al direttore di chiudere un capitolo giudiziario ed all’imprenditore, impediva di fare una figuraccia dato che i suoi colleghi chiamati a testimoniare, anche se fossero stati anche loro “birichini”, mai  avrebbero ammesso di essere epigoni del Marco che avrebbe così visto la sua querela naufragare, con le conseguenze del caso.

L’azienda del Marco, ha sempre usufruito di appoggi politici, ultimamente questi si sono diradati e, stante anche la profonda crisi economica in atto, si è vista costretta a richiedere al tribunale di essere ammessa alla procedura concordataria (presentando pare una situazione che indicava a fronte di un fatturato di circa 170 milioni di euro un monte debiti di 132). Una procedura che, a differenza di quanto avveniva tempo fa, ora permette all’azienda di continuare ad operare. Una novità certamente apprezzabile che intanto congela i crediti e che spesso si conclude positivamente col sacrificio dei creditori. Tra due mali sceglie quello minore.

Tra le numerose interviste che in tempi aulici mister Parmacotto, così era chiamato il ragionier, pardon il dottor h.c. Marco, amava rilasciare ai giornali un paio  meritano particolare menzione, una apparve su Economy col titolo sonante “Io  insacco solo successi”; l’altra la diede ad un giornalista di “Panorama” che gli chiedeva se non avesse mai pensato alla pensione. Questa la risposta: “ No. In realtà ho sempre voglia di guardare avanti, con gli occhi sognanti di un bambino. Come la gazzella nella savana, un imprenditore non può fermarsi mai!”. 

E se la gazzella inciampa e si azzoppa?

 

 

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