Published On: Mer, Giu 1st, 2016

Gazzetta, l’imbonitore quotidiano che continua a perdere lettori

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UNDICESIMA PUNTATA

Il “bello” annunciato nella scorsa puntata arrivò puntuale a settembre 2011 con l’arresto, molto discutibile, dell’assessore Bernini e le conseguenti dimissioni del sindaco Vignali. Fu un golpe giudiziario affiancato dagli “indignati” provenienti dai centri sociali di Parma e di fuori provincia che fecero gazzarra sotto i portici del grano. La Gazzetta cavalcò

la tigre e la sinistra gioì, certa di vincere le elezioni successive. Ma indignati furono pure i cittadini che, subodorata la combine votarono per i grillini e divenne sindaco Pizzarotti. La Gazzetta (e ovviamente gli industriali) masticarono amaro. In questa puntata parliamo, seguendo il libro, del quotidiano locale

Gli avvenimenti descritti lasciano molto amaro in bocca e non possono che avere una desolante conclusione: a Marpa è andata in scena la saga delle occasioni perdute. Perdute dalla classe dirigente descritta, che non ha saputo guardare oltre il proprio modestissimo orticello pur avendo a sua disposizione i necessari strumenti per esercitare la funzione civile che le avrebbe dovuto competere.

Sicuramente l’occasione principe da citare riguarda lo strumento che maggiormente questa classe aveva in mano per portare la città ad un invidiabile livello: la stampa, cioè il quotidiano che è diventato la Gazzetta di Marpa.

La sua storia affonda le radici nel lontano 1735 e ne ha fatto il primo quotidiano ad essere pubblicato nel Paese. A noi però interessa la sua ultima metamorfosi che risale al tempo della nazionalizzazione delle società elettriche da parte del Governo nel 1961.

Tra le società elettriche nazionali ve ne era una di stanza a Parma, la Società Emiliana Esercizi Elettrici (SEEE) la cui sede era sorta di fronte alla stazione ferroviaria nell’area occupata prima della guerra dal monumento a Giuseppe Verdi danneggiato dai bombardamenti alleati.

Questa società aveva tra i suoi assets anche il quotidiano locale per il quale era prevedibile, alla luce della decisa nazionalizzazione, la doverosa cessione. L’allora presidente dell’Unione Industriali, afferrò al volo l’occasione ed ottenne dal presidente della società di acquisire la testata pure appetita dai partiti politici ed assicurò all’associazione, con un tempestivo “blitz”, la proprietà del giornale.

Gli industriali avevano così in mano l’unico l’organo informativo (tentativi di introdurre in provincia nuovi quotidiani durarono poco) e quindi l’occasione di incidere profondamente sulla vita cittadina, una cosa forse unica in Italia, che avrebbe potuto fare della stessa associazione una specie di signoria medicea dedita al progresso materiale, civile e culturale della città, ma per questo occorrevano dei principi illuminati e lungimiranti. Mancarono; ed il quotidiano divenne col tempo lo strumento, questa volta veramente principe, di gestione dell’informazione al servizio degli interessi della categoria ed in particolar modo dei costruttori. La stampa infatti, invece di essere considerata da gran parte della classe dirigente, come spesso avviene in questo Paese di modesta cultura delle regole, un male necessario, a Marpa divenne un indispensabile leva di comando nelle mani di questa classe.

Fu perduta la grande occasione per il sorgere di una classe imprenditoriale politicamente e civilmente responsabile del progresso cittadino e suo punto di riferimento.

Il giornale divenne sempre più la “Voce del Padrone” che propinava cronache saltandone, quando occorreva, doverosi commenti o approfondimenti; taceva o pubblicava parzialmente le notizie che potevano infastidire i “padroni” arrivando negli ultimi tempi a fungere da suggeritore o organizzatore di scelte politiche, come è avvenuto nelle elezioni amministrative del 2012, nelle quali, come si è visto, il presuntuoso disegno andò storto e subì una sonora bocciatura. I citati poteri forti appoggiando o scegliendo cavalli sbagliati misero la città nelle mani di una classe amministrativa, sicuramente non compromessa col passato, ma purtroppo digiuna del necessario “phisique du rol” politico.

L’accidia del quotidiano ebbe pure riflessi sui suoi bilanci ed il giornale che all’inizio del secolo macinava utili nell’ordine di qualche milione all’anno si trovò ad essere in rosso e non  di poco.

Ho scritto nel mio precedente racconto che il quotidiano era “un giornale per vivi che viveva sui morti” ed infatti forse il maggior interesse di molti lettori era tenersi informati sui necrologi cittadini, necrologi che sostenevano economicamente i bilanci del giornale. La “Voce” definì la Gazzetta di Marpa “foglio mortuario” e forse mai definizione fu più centrata; essa interpretava freudianamente la dura realtà di una categoria oligarchica che attraverso la sua stampa aveva ingessato e quindi immobilizzato la città.

“C’è molto peggio di un giornalismo libero che teme di essere servo, è un giornalismo servo che si vanta di essere libero”. Questa frase di un grande direttore del New York Times sicuramente non apparteneva al bagaglio culturale di chi scriveva su quel foglio mortuario.

La mancanza di critica e di profondità di analisi ha avuto come risultante molti altri guai cittadini. Come quello della ragione, il sonno della critica può generare molti mostri.

Il sostegno assoluto dato dal quotidiano alle scelte dell’amministrazione ubaldiana è stato tra le cause dell’enorme deficit del Comune che sarebbe stato addirittura défault se il sindaco Pietro Vignali non avesse cancellato, purtroppo con ritardo, il progetto della metropolitana. Sono però rimasti in piedi e portati a compimento altri progetti che hanno dotato la città di opere inutili o inutilmente megalomani. Risultato un deficit comunale di oltre 800 milioni di euro che la nuova giunta grillina ha affrontato, come già ricordato, a suon di tasse sui cittadini chiamati a ripianare i debiti delle società partecipate comunale che, lungi dall’essere uno strumento operativo si rivelarono una solenne cantonata.

La dimostrazione forse più netta di questo naufragio è stata la società Spip per gli insediamenti produttivi che da sola ha avuto un “bagno” non di poco superiore ai 100 milioni di euro.

La “Voce” non ha mai mancato di criticare il modo in cui questa società fu condotta; se si volesse raccontarne la vicenda occorrerebbe scrivere un altro libro. Ridotta ai minimi termini la storia si può descrivere partendo dal finale rappresentato da grossi affari di privati a danno della società pubblica che per la sua espansione anziché opzionare le relative aree lasciò che privati lo facessero permettendo loro di lucrare ingenti differenziali sul prezzo delle aree stesse. Una gestione che forse nemmeno dei bambine avrebbero concepito e che ha portato una società sorta molti anni prima per dotare la città di aree produttive e che sino ad allora era stata oculatamente amministrata a trovarsi in profondo rosso nelle mani di amministratori che chiamarli incompetenti sarebbe far loro un complimento.

Ma forse l’esempio più eclatante di come avvenissero certe importanti decisioni amministrative del Comune ci viene dalle intercettazioni operate dalla Guardia di Finanza su incarico della Procura nei vari filoni di indagine sulla corruzione in Comune che non riguardava grosse cifre ma che ha messo a nudo il più che basso livello di alcuni tra coloro cui era affidata la città.

Una prassi, quella delle intercettazioni, che aveva riguardato anche chi scriveva sulla stampa libera nel periodo dell’assalto al Giornale di Parma o nel periodo dei pedinamenti quasi, come scriveva Vladimir Nabokov che “… l’unica felicità a questo mondo stesse nell’osservare, spiare, sorvegliare…nel non essere che un grande occhio fisso, vitreo, leggermente iniettato di sangue”;prassi che nel nostro caso fu una specie di caccia alle farfalle sotto l’arco di Tito, per usare un noto luogo comune.

Non andrò certamente a rivelare come il direttore della “Voce” entrò in possesso delle citate intercettazioni; certo esse furono veramente una miniera di notizie composta da oltre 30.000 pagine tra le quali il settimanale estrasse le più interessanti riferite al momento contingente. Rivelazioni che permisero alla città di vedere l’altra faccia della luna di personaggi pubblici ritenuti sino allora, pur con le critiche di parte, con un profilo di particolare rigore. Queste intercettazioni ebbero il risultato di ridurre queste persone ad una specie di protagonisti delle note gag televisive di trasmissioni tipo “candid camera” o “scherzi a parte” ove però non vi era nulla per cui ridere e che la dicevano lunga di che pasta erano fatti questi politicanti quanto a etica politica.

Occorrerebbe scrivere un libro ad hoc per riportare anche parzialmente questi dialoghi tra politici marpigiani; la stessa Voce ne ha fatto una selezione, tenendo il rimanente in archivio. Una caratteristica di questi colloqui telefonici registrati dalle Fiamme Gialle era di essere in dialetto,  ma diligentemente chi le riportava ebbe l’intelligenza di indicarne a lato la traduzione in lingua italiana. Un altro vezzo ricavato dalle conversazioni registrate era il modo di etichettare personaggi cittadini come Elvio, chiamato “il nano” o un noto imprenditore chiamati “il monco”.

 

 

 

 

 

 

 

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