Published On: Mer, Giu 15th, 2016

UTOPIA: quel che Parma poteva essere con una dirigenza seria

Share This
Tags

TREDICESIMA PUNTATA

di Luigi Derlindati

In un racconto su cose reali può anche starci un sogno utopico riferito al recente passato, ma poi nemmeno tanto. Bastava esistesse una classe dirigente responsabile, munita di senso civico, cultura e senso del dovere, semplici e grandi valori che quando esistono sono vincenti e determinanti per lo sviluppo civile, morale e materiale di qualsiasi comunità, grande o piccola che sia. Una dirigenza che, per usare un attuale luogo comune, “ci stesse”, ma non c’era e le cose sono andate come sappiamo. Di seguito il sogno che poteva avverarsi e invece è rimasto tale. 

Il  sogno

Siamo negli anni ’80, Parma è una bella città con un’economia in salute anche se è amministrata da partiti politici un po’ immobili e senza grande progettualità. In Comune governa per la prima volta il centro-sinistra ma si discosta poco dalle precedenti amministrazioni social-comuniste. La Giustizia funziona bene e proprio in quel periodo ha cacciato dal tribunale un magistrato colluso con un certo numero di professionisti che spadroneggiavano nell’ambiente fallimentare.

Uno dei più importanti imprenditori parmigiani (presidente di una grande multinazionale produttrice di latte e suoi derivati), con notevoli entrature nell’ambiente politico governativo, aveva in animo di collocare il suo commercialista alla presidenza della più importante banca locale che gestiva più della metà del credito della provincia (la Cassa di Risparmio), così avrebbe avuto credito a go-go assicurato. Riuscì, grazie ai legami politici, nel suo intento ma le critiche furono molto aspre, specialmente dal quotidiano locale, la “Gazzetta di Parma” che, da vero guardiano della legalità, considerò quella nomina una grossa forzatura e si prefisse di seguirne la gestione, dato che il neo nominato non pareva avere una adeguata professionalità in campo bancario. Non furono infatti, in seguito, poche le critiche a questa gestione ed ebbero il risultato di modificarne non poco le attitudini.

Il quotidiano locale aveva anche preso contatto, grazie ad un appello, con gli esecutori di vignette anonime che punzecchiavano tribunale e sistema bancario e così il giornale periodicamente (come avveniva nei grandi quotidiani nazionali) si arricchì di fumetti che apparivano in prima pagina che, a detta dei lettori, erano più incisivi di altrettanti articoli e servivano egregiamente a mettere in riga i palazzi oggetto delle loro satire.

L’imprenditore che aveva sponsorizzato il commercialista, autoproclamatosi “banchiere”, ne fece eleggere un altro, addirittura un suo dirigente; alla banca detta “del Monte”, un istituto nato come monte di pietà circa 400 anni prima ed era probabilmente la seconda più antica banca del Paese dopo il Monte di Siena.

Questa situazione di egemonia bancaria non piacque ad alcuni senatori di sinistra che fecero un’interrogazione in tal senso al ministro competente. L’interrogazione dal ministero fu inviata alla Procura Generale e da qui arrivò a Parma  ove il miglior pubblico ministero della Procura la prese in carico, facendo fare, stante lo specifico e intricato argomento, una verifica ad uno dei migliori professionisti della città. Dopo sei mesi la perizia fu pronta: un elaborato sconvolgente che col conforto dei numeri mostrava lo stato prefallimentare della società di quel grande industriale.

Il magistrato rimase sconvolto, avvisò il presidente del tribunale che convocò d’urgenza l’imprenditore mettendolo di fronte ai pesanti dati oggettivi. L’imprenditore, forse nemmeno lui conscio di come la situazione della sua società era precipitata, si diede da fare e, sia pur con fatica, trovò finanziamenti e nuovi soci e l’azienda si rimise in marcia e riprese gradualmente a macinare profitti. Licenziò pure alcuni dirigenti finanziari e tolse la consulenza al commercialista che aveva piazzato in banca, al quale l’intervento del quotidiano locale, sempre vigile, aveva impedito che lo statuto della Fondazione Bancaria, relativa alla banca presieduta dal commercialista, fosse autoreferente. Notevoli inoltre furono le critiche ai bilanci della banca che puntualmente ad ogni assemblea un azionista faceva e che la stampa locale riprendeva con enfasi. Ciò portò il “banchiere” in una posizione di minoranza nel consiglio della stessa banca che lo indusse a dimettersi.

Nel campo della Giustizia la “guardia” del quotidiano fu altrettanto zelante, qualche eccesso di discrezionalità di qualche giudice fu bollato educatamente ma con fermezza, cosa che riportò tribunale e procura ad operare con serietà.

Anche la politica non andava male sempre grazie alla vigilanza della Gazzetta, anzi fu proprio la Gazzetta a sostenere la candidatura a sindaco di un certo Elvio che era stato già vice sindaco alcuni anni prima. Questo politico mostrava di avere una forte personalità e desiderio di imporsi come grande sindaco. Esso fu subito intortato dagli industriali, specialmente costruttori, cui promise nuove aree di espansione edilizia che per loro significavano affari e forti profitti.

A conoscenza di queste prospettive alcune associazioni di cittadini protestarono e così, grazie anche alla pressione determinante della stampa, non videro la luce progetti fantasiosi del sindaco decisionista che dovette accantonarli; un breve elenco: la progettata metropolitana che era addirittura stata presentata con dati gonfiati sulla prevedibile utenza; un teatro per dialetti quando la “quota” teatri in città era già satura; una sala congressi ipogea nel parco Eridania il cui costo sarebbe stato di circa 13 miliardi di vecchie lire; un ponte sostenuto da un pilastro obliquo di cemento armato quando, visto che occorreva superare poco più di un ruscello, bastava un ponte normale che costava un terzo di quello progettato; da un altro ponte fu cancellata una costruzione metallica che dopo un primo momento di meraviglia parve a tutti una cosa assurda, tanto più che sui ponti non potevano esistere installazioni stabili; fu pure ridotto il progetto relativo alla stazione ferroviaria, molto costoso e sovradimensionato rispetto alle esigenze; ecc..

La pubblica opinione, spalleggiata dal giornale, riuscì pure ad evitare la costruzione di un inceneritore che sarebbe stato fonte di inquinamento tanto più che avrebbe dovuto sorgere vicino alla maggior industria alimentare della città produttrice di pasta e altri prodotti da forno, un biglietto da visita poco lusinghiero per la “food valley”, appellativo di cui la città con orgoglio si fregiava specialmente dopo aver ottenuto che Parma fosse sede di un’importante Authority europea.

Il sindaco citato, accantonati i progetti e risparmiati molti quattrini lasciò, terminati i due mandati, il posto al suo delfino ed assessore alla viabilità Pietro il quale, eletto, governò la città con oculatezza e senza megalomani progetti facendo investimenti centrati grazie anche alle disponibilità economiche che i conti del Comune, sempre tenuti con rigore, permettevano. Alla scadenza del mandato il nuovo sindaco ripresentò la sua candidatura e fu rieletto plebiscitariamente.

L’economia andava piuttosto bene nonostante la crisi internazionale che dal 2008 aveva cominciato a mordere. Lo sviluppo edilizio della città era stato ben bilanciato, vi era disponibilità di case ma non esuberanza, sicchè i costruttori navigavano tutti in  buone acque. Non vi erano stati scossoni di sorta, nessun fallimento di rilievo, solo piccole cose.

Anche le licenze ai supermercati furono rilasciate con oculatezza affinché non facessero morire il commercio nel centro storico che continuò la sua funzione più vivo che mai grazie anche al ridimensionamento di un progetto che, se realizzato come inizialmente previsto, avrebbe stravolto la piazza mercatale per eccellenza della città: la Ghiaia”.

Un ambiente veramente di eccellenza che si era potuto instaurare in questa terra fortunata e benedetta dalla Provvidenza grazie al senso di responsabilità di tutta la sua classe dirigente; e se mai qualcuno avesse osato uscire dal seminato, il tribunale e la stampa lo avrebbero richiamato all’ovile.

I giovani trovavano lavoro senza grandi difficoltà mentre la banche, richiamate anch’esse al loro senso di responsabilità, garantivano prestiti a privati ed aziende senza troppe difficoltà mentre i mutui casa erano alla portata di tutti. La Cassa di Risparmio, maggior banca cittadina, aveva fatto accordi con un altro istituto di credito della regione e la sua gestione era saldamente nelle mani di ottimi amministratori locali.

Insomma, i parmigiani potevano veramente pensare di vivere nel migliore dei mondi possibile e non erano state necessarie grandi cose, solo un acuto senso di responsabilità degli amministratori cittadini consci che lavorare per il bene di tutti, in definitiva significava lavorare anche per il proprio bene. Il futuro, nonostante i venti di crisi in atto nel Paese e anche nel mondo, poteva essere visto con una fondata fiducia.

 

Commento

Sarebbe poi stato così difficile che quanto scritto in questo articolo rispecchiasse la realtà? Non del tutto, occorreva solo una cosa semplicissima, che vi fossero a monte gli “ingredienti” necessari e sufficienti: una classe dirigente e politica disinteressata, che dedicava le sue forze allo sviluppo ed al progresso della sua città e al tempo stesso ne traeva prestigio e riconoscenza.

A Parma/Marpa non mancano persone serie e capaci e non è assodato che i poteri forti abbiano alla loro testa degli inetti o addirittura disonesti, manca però spesso la capacità politica e teleologica di superare il contingente per cercare di interpretare il futuro alla luce delle decisione prese e da prendere.

Ad esempio nel periodo preso in esame alla testa dell’Upi e del quotidiano locale vi erano due persone che migliori non potevano essere, due gran signori e di assodata onestà intellettuale. Purtroppo i collaboratori che si sono trovati o le informazioni avute o la consuetudine della routine lasciata gestire a funzionari (sempre volti conservare ed aumentare il proprio potere) o i loro impegni professionali non hanno generato in loro la concentrazione necessaria per quel mutamento di rotta che occorreva per modificare il consueto andazzo.

Nella loro posizione avrebbero potuto far sì che molte cose cambiassero però occorreva che alle loro qualità se ne fosse aggiunta un’altra piuttosto inconsueta: essere dei rivoluzionari perché solo una rivoluzione, sia pur pacifica e tranquilla, poteva e può cambiare il clima marpionico della città, cioè cancellare Marpa.

Essere rivoluzionari in questo senso è difficile, significa andare anche contro situazioni consolidate, contro una burocrazia autoreferente; significa incontrare sicuramente nemici ed oppositori tanto da far apparire un simile percorso la più classica delle utopie, ma occorre pure ricordare, e l’espressione non è mia ma la troviamo in Wilde e Gide, che i maggiori progressi della società derivano da utopie realizzate.

 

 

 

Info sull'Autore

Lascia un commento

XHTML: Puoi usare questi html tags: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Video Zerosette