Il pubblico che ha gremito completamente la platea del Teatro delle Briciole sabato sera scorso era costituito per il 70%  da “over50”. Gente che non aveva certamente voglia di saltare a ritmo di musica. Ma è lo stesso pubblico che 20-30 e anche 40 anni fa andava a vedere i Genesis con lo stesso animo: gustarsi buona musica stando attentissimi che ogni nota fosse al suo posto. E’ tipico dello lo stile lanciato dal quintetto inglese che con le sue sonorità, oggi definite “Prog”, ha attraversato oltre mezzo secolo di storia della musica rock senza mai “scalmane”, incitazioni alla trasgressione, all’uso di droghe, agli “eccessi” insomma. Si è mai visto un chitarrista rock che fa un assolo, anche tiratissimo e virtuoso, standosene compostamente seduto sulla seggiola con lo sguardo basso? Questi erano i Genesis, una band che ha creato una religione musicale. Adorati o trattati con sufficienza, senza mezze misure. Per oltre trent’anni detestati dall’establishment mediatico e radiofonico del settore, per l’incapacità di definirli, confinarli, etichettarli e obbligarli a seguire le mode. I network volevano brani da tre minuti? Loro li facevano di trenta. Gli album dovevano avere 10 hit single? Loro ti producevano un odiatissimo “concept album” con riff che si ripetevano e si riadattavano nei diversi brani della stessa raccolta. Brani che per essere capiti, li dovevi ascoltare almeno tre volte, quindi inadatti alle “simple minds” agognate dal mercato dell’epoca. Alla fine anche i detrattori hanno capito che i Genesis erano la band da seguire, da additare quasi come modello di stile.

The Cage, la tribute band parmigiana che si è esibita alle Briciole non si è limitata a proporre i brani della celebre band. No. Hanno fatto rivivere l’intero stile Genesis che partiva da una padronanza assoluta dei singoli strumenti, dalla scelta di brani particolarmente complessi e da una presenza scenica “educata”, “raffinata” ma straordinariamente coinvolgente. Il gruppo, che in precedenza si faceva chiamare Van Wagner, ha sostituito la voce e la batteria, diventando un sodalizio apparentemente indistruttibile e di una classe sconfinata. Il nuovo vocalist, Marco Vincini, ha una voce possente ed una presenza scenica che sembra sia stata ottenuta frullando e riassemblando assieme le corde vocali e l’animo di Peter Gabriel, Phil Collins e quanto già di suo. Il nuovo batterista, Claudio Miele ha un talento ed un’energia che potrebbe alimentare una portaerei. I veterani del gruppo, Giovanni Invidia, Emanuele Nanni e Salvatore Siracusa si confermano pilastri di talento e professionalità. A proposito di quest’ultima: un uccellino mi ha cinguettato che con questo nuovo assetto la band potrebbe intavolare ufficialmente la carriera professionale di tribute band italiana dei Genesis, ossia di fare a tempo pieno quanto oggi relegato a impegnativo passatempo. Io lo spero e glielo auguro. C’è un nutrito ed appassionato seguito per questa band che riesce a far dimenticare la crisi di astinenza ormai decennale dei loro ispiratori. Lo show dei The Cage è possente e trascinante e sono convinto che, col giusto marketing, possano abbassare l’età media degli spettatori per incrementare le fila dei nostalgici come me che non mancheranno mai di farsi sentire vicini a chi permette di ascoltare musica dal vivo eseguita come la sanno fare loro. Come sabato sera, quando l’intera platea si è spellata le mani ad applaudire. Con un entusiasmo da ventenni.

 Danilo Coppe

 

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