Published On: Mer, Mar 27th, 2019

Libri verdi e rossi

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Il volume di gastronomia più famoso del mondo ha la copertina rossa e ogni anno è atteso e temuto come nessuno. Si tratta della “Guida Michelin”, che recensisce i ristoranti attribuendo le stelle agli chef capaci di distinguersi dagli altri, nel rispetto della tradizione più rigida, della creatività più sfrenata o della compresenza di queste due caratteristiche nella medesima ricetta.
Il giudizio dei misteriosi critici che la compilano è una spada di Damocle sulla testa di ogni ristoratore: acquistare o perdere una stella significa un merito o un biasimo del lavoro di un anno intero…a volte di una vita intera. Sono famosi i casi di alcuni cuochi che hanno messo fine alla propria esistenza dopo il giudizio negativo della rossa.
La Michelin però esiste anche in un altro colore: verde, dedicato al turismo itinerante, ovvero a chi si muove ed è alla ricerca di locali con un ottimo rapporto qualità/prezzo.
In questi giorni però la nostra curiosità è rivolta ad un altro volume verde: il Green Book, appunto, che in realtà si chiama così per il suo ideatore, Victor H.Green. Ce ne siamo interessati da quando l’omonimo film di Peter Farrelly ha vinto l’Oscar come miglior film e siamo rimasti colpiti dalla storia del pianista afroamericano Don Shirley (Mahersala Ali) che suonava meravigliosamente e riceveva applausi e ovazioni, ma poi, quando si trattava di dormire, mangiare o addirittura usare il bagno, era meno considerato del suo autista, l’italoamericano Tony Vallelonga (Viggo Mortensen). Per spostarsi, negli Stati Uniti di inizio Novecento, usavano appunto il Green Book, una guida turistica con consigli di hotel, ristoranti, locali e stazioni di servizio in cui un uomo di colore potesse sostare senza incorrere nel rischio di un rifiuto.
Anche questo volume è una spada di Damocle: è un libro che mette sotto gli occhi di tutti il problema del razzismo, lo rende esplicito, è come se dicesse “visto che non volete gli uomini di colore, allora diamogli almeno la possibilità di avere dignità”. Lo stesso Green, che faceva l’impiegato postale, commentò: “Ci sarà un giorno in cui potremo andare dove vorremo, e tutto questo non sarà più necessario”.
Il suo desiderio si è avverato nel 1964, col Civil Rights Act, ma mi domando se la sua “battaglia” sia davvero terminata quell’anno o se in futuro non assisteremo al ritorno di un libro colorato che ci verrà a testimoniare che il razzismo esiste ancora.

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