Published On: Mer, Apr 24th, 2019

Brexit, cosa succede ora ai correntisti di banche UK in Italia? La risposta in un decreto

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Brexit, cosa succede ora ai correntisti di banche UK in Italia? La risposta in un decreto

L’Italia ha approntato misure per salvaguardare il paese dagli effetti potenzialmente destabilizzanti di una Brexit disordinata o, anche, Hard Brexit. Per quanto il Regno Unito e Bruxelles stiano scongiurando il “worst case scenario” diverse economie e anche banche centrali hanno approntato piani di emergenza, per non farsi trovare impreparate di fronte al peggio.

In tal senso il governo italiano ha deciso, stando a quanto emerge dalla bozza di un decreto che verrà esaminata oggi dal Consiglio dei ministri, di fornire garanzie ai correntisti di quelle banche britanniche che operano in Italia.

Reuters riporta che nella bozza si legge che, nel caso in cui dovesse presentarsi uno scenario ‘no-deal’, gli istituti inglesi sarebbero considerati di diritto “aderenti ai sistemi di garanzia dei depositanti italiani”, e che “l’adesione decorre dalla data del recesso a tutti gli effetti di legge, ivi inclusi gli obblighi di contribuzione”. Viene ricordato da Reuters che il “Fondo di tutela dei depositi fornisce una copertura massima fino a 100.000 euro per depositante e per banca”.
In sostanza, il decreto stabilisce, nel caso in cui si avveri lo scenario no deal Brexit, un periodo transitorio di 18 mesi che consentirebbe alle banche britanniche in Italia, e alle banche italiane nel Regno Unito, di operare con le norme attuali.
Il Sole 24 Ore riporta che “il decreto permette di far proseguire l’attività italiana degli operatori finanziari inglesi, e quella britannica degli operatori italiani, alle condizioni attuali. Sul ponte saliranno banche, assicurazioni e fondi pensione. E le banche inglesi che operano in Italia potranno appunto aderire (entro tre mesi dall’uscita di Uk dall’Unione) al sistema italiano di tutela dei depositi. Il tutto andrà comunicato ai correntisti, entro 40 giorni dall’entrata in vigore del decreto. Il Dl Brexit porta con sé anche la proroga della Gacs, due anni più un terzo anno attivabile con un nuovo provvedimento italiano e il via libera Ue. Alle nuove Gacs il decreto dedica 100 milioni, pescati dal fondo da un miliardo istituito nel 2014 per integrare i finanziamenti alle diverse garanzie statali”.
Occhio però anche all’Art. 3 del decreto: “Cessazione dei servizi e delle attività dei soggetti del Regno Unito operanti in Italia”
Qui si legge che “gli istituti di pagamento del Regno Unito, i gestori di fondi del Regno Unito, gli OICR del Regno Unito che operano sul territorio della Repubblica, nonché gli istituti di moneta elettronica del Regno Unito che operano sul territorio della Repubblica in regime di libera prestazione dei servizi o tramite agenti o soggetti convenzionati così come le banche e le imprese di investimento del Regno Unito che prestano servizi di investimento, in regime di libera prestazione, a favore di clienti al dettaglio come definiti dall’articolo 1, comma 1, lettera m-duodecies, del TUF, e clienti professionali su richiesta come individuati ai sensi dell’articolo 6, comma 2-quinquies, lettera b), e comma 2-sexies, lettera b), del TUF, cessano l’attività entro la data di recesso. Al fine di evitare pregiudizio ai clienti, sono fatte salve le operazioni necessarie all’ordinata chiusura dei rapporti già in essere, nel più breve tempo possibile, e comunque non oltre il termine massimo di sei mesi dalla data di recesso, con l’osservanza dei termini di preavviso per lo scioglimento dei contratti. Nel predetto termine di sei mesi tali soggetti proseguono l’attività svolta precedentemente alla data di recesso limitatamente alla gestione dei rapporti in essere alla data di recesso, senza possibilità di concludere nuovi contratti, né di rinnovare anche tacitamente quelli esistenti.
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