Published On: Mer, Apr 10th, 2019

Campanilismi alimentari: menzogna o verità?

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di GIORGIA FIENI – Non perdo mai occasione per ricordare a tutti quanto sia importante consumare prodotti artigianali, qualitativamente sicuri e certificati. È l’unico modo per valorizzare la nostra economia ed essere certi della salubrità della nostra nutrizione.
È chiaro che, per natura, ci fidiamo maggiormente dei prodotti che conosciamo bene perché fanno parte della storia del territorio che ci circonda: per noi emiliani, Parmigiano e non Grana, prosciutto di Parma e non di San Daniele ecc. A volte siamo persino troppo esagerati, segnando i confini in maniera troppo definitiva: tortellini a Bologna, anolini a Parma, cappelletti a Reggio Emilia…e non si discute, anche se basta solo pensarci un attimo per capire che è pasta ripiena di carne dalla forma praticamente identica. A livello italiano, o mondiale, tale differenza infatti non esiste.
Anzi, quando siamo all’estero siamo troppo impegnati a difendere lo stile alimentare del Belpaese in toto per preoccuparci di certi campanilismi. Il che non è facile, abituati come siamo ad essere puristi e a voler mangiare bene. Quando vediamo la pizza all’ananas, la giudichiamo un orrore. Spieghiamo che il salame va mangiato crudo e non cotto. Ci soffermiamo sui dettagli che fanno le differenze, come “la parmigiana”, ovvero melanzane disposte a strati e condite con mozzarella e pomodoro, differente da “alla parmigiana”, che significa con burro e formaggio. Storciamo il naso quando vediamo gli spaghetti serviti con le polpette, che somigliano più a “Lilli e il Vagabondo” che a ciò che ci viene servito ogni giorno a tavola.
A proposito di spaghetti. Ho letto recentemente una polemica del sindaco di Bologna che fotografa i cartelli “spaghetti alla bolognese” in giro per il mondo per dimostrare che la specialità universalmente conosciuta in realtà non esiste (supportato dall’Ambasciata americana a Roma). Esistono le tagliatelle, ma non gli spaghetti, e il termine bolognese è da riferirsi al ragù e non alla pasta. Invece il comitato promotore della ricetta ne attesta una certificazione scritta già a partire dal XVI secolo.
Definire dove sta la verità è difficile, anche perché sarebbe bene pretendere che venga rispettata la ricetta originale ma ognuno ne ha la propria definizione perché la cucina casalinga da cui deriva è diversa per tutte le famiglie…e anche quella va rispettata. Quindi, come si risolve??

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