Published On: Mer, Lug 17th, 2019

ANATOCISMO – Credit Agricole Cariparma condannata a restituire 200 mila euro a una società sua correntista

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ESCLUSIVO – UNA STORICA SENTENZA DEL TRIBUNALE DI PARMA CHE APRE LA STRADA ALLE RICHIESTE DI RIMBORSO ALLE BANCHE DI MIGLIAIA DI ALTRI CORRENTISTI OBERATI DA INTERESSI FUORI LEGGE E DALLE COMMISSIONI VIETATE

Una recentissima sentenza del Tribunale di Parma (numero 362/2019 dello scorso 28 febbraio), apre la strada a migliaia di correntisti tartassati dalle banche parmigiane con imposizione di interessi anatocistici (interessi sugli interessi) e spese di vario genere, vietate come quelle sul massimo scoperto.
A ottenere finalmente giustizia di fronte a certe pratiche bancarie scorrette è stata una società che intratteneva rapporti di conto corrente con Crédit Agricole Cariparma, la quale si è rivolta al nostro Tribunale per recuperare la somma ingente di 160 mila euro che la banca, a suo dire, aveva illegittimamente incassato. E il Tribunale di Parma non solo le ha dato ragione, ma ha addirittura incrementato la richiesta, condannando la banca franco – parmigiana a restittuire aalla sua cliente oltre 200 mila euro illegittimamente sottratti. Somma risultante da un’apposita Consulenza Tecnica ordinata dal giudice per accertare la fondatezza delle richieste della cliente dell’Istituto bancario.
La causa che ha reso giustizia alla società correntista ha preso il via con atto di citazione notificato il 12 settembre 2013 con il quale ha convenuto in giudizio la Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza Spa (di seguito Cariparma ovvero “la Cassa”) per l’accoglimento delle seguenti conclusioni:
1) Accertare e dichiarare la nullità ed inefficacia dell’art. 7 delle condizioni generali del contratto nella parte in cui è prevista la capitalizzazione trimestrale di interessi ultralegali applicati nel corso dell’iintero rapporto al conto corrente oggetto del presente giudizio e, per l’effetto, dichiarare la inefficacia di ogi e qualsivoglia capitalizza-zione degli stessi ai rapporti in esame;
2) Accertare e dichiarare la nullità ed inefficcacia dell’art. 7 delle condizioni generali del contratto nella parte in cui è previsto l’addebito in conto corrente di commissioni di massimo scoperto e spese;
3) Accertare e dichiarare la nullità ed inefficacia dell’articolo 7 delle condizioni generali di contratto nella parte in cui è previsto l’addebito di interessi ultralegali applicati nel corso dei rapporti di conto corrente intercorsi sulla differenza in giorni-valuta tra la data di effettuazione delle singole operazioni e la data della rispettiva valuta;
4) Condannare la convenuta Banca alla restituzione delle somme illegittimamente addebitate e/o riscosse per i motivi di cui sopra pari ad euro 163.172,92 o in quella diversa somma maggiore o minore che dovesse emergere in corso di causa, oltre agli interessi legali dalla costituzione in mora sino al saldo effettivo.
Le suddette conclusioni sono state integrate, all’udienza di precisazione delle conclusioni del 27 novembre 2018, con una ulteriore domanda avente ad oggetto l’applicazione del tasso legale in luogo di quello contrattuale, asseritamente “ultralegale” e nullo.
Esponeva l’attrice che dagli estratti conto corrente trimestrale scalari sarebbe emerso che i vari istituti di credito (Banco Ambrosiano Veneto, poi Banca Intesa Spa e Intesa San Paolo e infine Cariparma), avendo il conto in questione presentato saldi passivi, avrebbero capitalizzato trimestralmente, tra l’altro, interessi ultralegali, commissioni di massimo scoperto e asserite e non meglio precisate spese, in violazione della norma imperativa di cui all’art. 1283 del codice civile, applicando un vero e proprio anatocismo.
Lo scorso 3 marzo 2013 la società ricorrente, sulla scorta di alcune recenti sentenze della Corte di Cassazione, chiedeva alla Cariparma la restituzione dell’importo (pari ad euro 163.172, 95) illegittimamente addebitato sui conti correnti, in virtù della scorretta pratica, chiedendo altresì copia della documentazione che legittimasse la banca a capitalizzare trimestralmente gli interessi passivi successivamente alla delibera CICR del 9 febbraio 2000.
La banca rispondeva a tale missiva nehando la restituzione e affermando la legittimità del proprio operato così l’attrice si vedeva costretta ad adire le vie legali.
Ciò premesso la società attrice deduceva la violazione da parte della banca del divieto di corresponsione di interessi anatocistici (richiamando i precedenti giurisprudenziali a conferma di tale divieto) e deduceva, altresì la nullità delle commissioni di massimo scoperto, l’inammissibilità dell’addebito di spese e la nullità dei cosiddetti giorni – valuta.
Si costituiva in giudizio Cariparma eccependo la propria carenza di legittimazione passiva, quanto meno sinio al 30 giugno 2007, essendo i rapporti in questione sorti con Intesa San paolo, la quale aveva poi ceduto a Credit Agricole Cariparma Spa il relativo ramo d’azienda bancaria. Eccepiva, altresì la decadenza attrice da ogni domanda ex art. 1832 c.c., la prescrizione delle pretese per il periodo anteriore al 2 marzo 2003 e comunque l’infondatezza di tutte le richieste della società attrice.
All’udienza di precisazione delle conclusioni del 27/11/2018 Crédit Agricole Cariparma Spa, rinunciava all’eccezione del difetto di legittimazione passiva proposta e alla chiamata in garanzia di Intesa San Paolo Spa.

LA SENTENZA
Dopo avere dichiarato infondate le eccezioni di Cariparma di decadenza e di prescrizione, perché “deve ritenersi provato che il conto corrente fosse sorretto da apertura di credito…” con la conseguenza che i 10 anni della prescrizione decorrono dalla data di chiusura del conto, il giudicante entra nel merito della contesa e scrive: “I documenti di sintesi depositati da Cariparma sono di mera formazione unilaterale e non sottoscritti dalla società attrice e privi, pertanto, di alcun valore giuridico.”.
Affrontando la questione del “tasso ultralegale”, il giudicante sostiene che “si evidenzia l’assoluta mancanza di alcuna condizione economica applicabile al rapporto sia riguardo all’applicazione di interessi ultralegali, sia all’applicazione di CMS (Commissioni Massimo Scoperto), spese e valute”. In effetti non è stato dimostrato, nel corso del giudizio, di aver pattuito dette condizioni economiche.
“A nulla rileva” precisa il Giudice “l’avvenuta comunicazione o pubblicazione dei tassi di interesse e delle altre condizioni economiche che non avrebbe potuto, comunque, sanare il difetto di nullità originario e neppure rileva che la Banca abbia comunicato al correntista l’indicazione e la variazione del tasso ultralegale in assenza di iniziale regolare pattuizione per iscritto”.
Decisiva nella definizione della causa la CTU, cioè la consulenza tecnica disposta dal giudicante, affidata al dottor Valentino Setti.
“L’espletata ctu”, scrive il giudice, “le cui risultanze devono qui ritenersi integralmente riportate, ha con accertamento corretto e idoneamente motivato, evidenziato l’applicazione da parte della banca convenuta di oneri indebiti pari ad euro 203294,44 e con effetto anatocistico (pari alla differenza fra il saldo originario del conto e quello ricalcolato ad euro 201884,33)”.
Conclude il giudice: “In accoglimento della domanda proposta Credit Agricole Cariparma Spa deve quindi essere condannata al pagamento della somma di euro 201884,33, cioè delle somme che, secondo le risultanze della Ctu in atti tiene conto dell’effetto anatocistico, oltre interessi dalla domanda al soddisfo. Le speseseguono la soccombenza e vanno definitivamente poste a carico della convenuta le spese di Ctu come già liquidate in corso di causa. Per questi motivi dichiara tenuta e per effetto condanna la convenuta Credit Agricole Cariparma Spa (già Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza Spa) al pagamento in favore dell’attrice per i titoli dedotti, della somma di euro 201844,33 oltre interessi dalla domanda al soddisfo nonché alla rifusione delle spese del giudizio che liquida nella complessiva somma di euro 16786,00…”

LA VOCE DI PARMA

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