Published On: Mar, Set 24th, 2019

L’ALTRA METÀ DELL’ALZHEIMER

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600.000 mila le persone colpite dalla malattia in Italia. E molto spesso sono i familiari a occuparsi in prima persona dell’assistenza.
Sono loro, i caregiver, l’altro “volto” del fenomeno.
Un’attività gravosa la loro, che per oltre un parmense su tre (40%) ha l’impatto maggiore sul piano psicologico ed emotivo.

In Italia sono 600.000 le persone che soffrono di Alzheimer e che si trovano a confrontarsi, ogni giorno, con un progressivo declino della memoria e delle capacità cognitive, fino all’impossibilità di portare a termine persino i compiti più semplici.
Numeri importanti di un fenomeno che però ha anche un altro volto: quello dei familiari che, in molti casi, si fanno carico in prima persona dell’assistenza al loro parente. Un’attività spesso svolta in maniera informale, che per oltre un abitante di Parma su tre (40%) ha il suo impatto più forte, provante, e complesso da gestire, sulla sfera psicologica ed emotiva.
Lo rileva l’ultima ricerca dell’Osservatorio di Reale Mutua sul welfare1 che, in occasione del mese dell’Alzheimer, ha accesso un faro sui caregiver e su come i parmensi percepiscano l’assistenza da loro prestata, tra ruoli, difficoltà e bisogni di fronte alla patologia.
Oltre agli impatti psicologici, un parmense su tre (33%) menziona le ripercussioni sulle disponibilità economiche derivanti dai costi di cura e assistenza. Dati che trovano conferma in una ricerca Censis-Aima (Associazione italiana malattia di Alzheimer), che ha quantificato a livello nazionale i costi diretti dell’assistenza in oltre 11 miliardi di euro, di cui il 73% a carico delle famiglie. Un costo annuo medio, per paziente, di oltre 70.000 euro, comprensivo dei costi a carico del SSN, di quelli che ricadono sulle famiglie e di quelli indiretti, come i mancati redditi da lavoro percepiti dai pazienti o gli oneri di assistenza dei caregiver.
L’aspetto più difficile da gestire assistendo un familiare affetto da Alzheimer è il cambiamento irrevocabile nella persona e nella relazione (38%), seguito dalla sua regressione psichica (20%) e dal rischio che il paziente possa far male a se stesso o agli altri (13%).

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