L’assurda vicenda giudiziaria di Vignali deve essere osservata partendo dai due procedimenti intentatigli dalla procura: quello relativo all’assunzione di dirigenti, archiviato dopo 10 anni e quello denominato “Public Money” iniziato nel 2013 che causò lo scenografico arresto dell’ex sindaco. A fronte di questi procedimenti viene da chiedersi come mai un procuratore della repubblica si sia accanito contro l’ex sindaco dimessosi dal 2011? La risposta la troviamo nell’istinto di difendersi da parte della procura. Nel gennaio 2013 uscì sulla Gazzetta di Parma la notizia che Vignali sarebbe stato candidato al parlamento, un candidato quasi sicuramente eletto. I magistrati che lo avevano perseguitato avrebbero potuto passare qualche grana (anche se, penso, un Vignali parlamentare li avrebbe ignorati): quindi ordinarono l’arresto che avvenne per proteggere loro stessi. Un pensiero cattivo ma molto vicino al vero.

Fu un atto di pesante giustizialismo basato su presunti reati del tutto inconsistenti. Vignali fu accusato di avere un tesoretto in banca, cosa subito smentita dal tribunale del riesame cui si era rivolto Vignali; il tesoretto altro non era che conti correnti intestati ad enti del Comune che la Guardia di Finanza aveva sequestrato pensando (?) che fossero intestati all’ex sindaco. Caduta questa falsa accusa seguirono gli altri capi d’imputazione, o piuttosto invenzioni forzate; il loro numero: una decina! Fatta la necessaria premessa che su questi capi di imputazione non c’è stato il giudizio di merito essendo stati chiusi con un patteggiamento, è doveroso esaminarli singolarmente.

Il più pesante capo d’imputazione riguarda il reato di corruzione. Si tratta dei 1000 euro per il pernottamento alberghiero pagato dall’imprenditore Marco Rosi, che l’ospitò a Forte dei Marmi. Rosi l’anno successivo ottenne dal Comune l’autorizzazione per installare un dehors in via Farini, di cui preciserò più avanti. Ecco la corruzione: l’ospitalità in albergo per la promessa di installare il dehors. Dopo la su descritta corruzione ecco la decina di reati per peculato.

Due riguardano le campagne elettorali dell’indagato.

Il primo reato: era iniziata la raccolta differenziata, gli addetti alla consegna dei bidoncini di raccolta chiedevano ai cittadini se il servizio dell’assessorato all’ambiente, retto da Vignali, e l’operato dell’Assessore li soddisfacevano. Il delitto secondo l’accusa: la spesa del Ministero dell’Ambiente che aveva finanziato il progetto complessivo (comprensivo della campagna di comunicazione finalizzata ad istruire i cittadini sulle modalità del nuovo servizio che cambiava radicalmente le abitudini) della raccolta differenziata domiciliare attuato dalla multiutility (allora Enia) erano serviti per la sua campagna elettorale. Qui occorre precisare che nell’ambito del progetto di comunicazione era prevista una campagna di “customer satisfaction” sul servizio specifico. È però molto importante sapere che in quel momento Vignali non era in campagna elettorale. Era Assessore all’ambiente. Non era stato ancora indicato come candidato ed eravamo ben lontani dall’inizio della competizione elettorale. Commento: i magistrati avevano commesso un errore, probabilmente (?) voluto, ergo il reato non esisteva.

Il secondo reato riguardava il contributo elettorale, ammesso dalla legge, di un imprenditore per la stampa dei così detti santini con l’immagine del candidato. La prassi imponeva che il contributo fosse versato all’apposito mandatario elettorale (che poi avrebbe pagato la tipografia). L’imprenditore, forse ignaro della cosa pagò direttamente la tipografia, ed inoltre, secondo l’accusa, fornì delle piante nella sede elettorale di Vignali! Questa svista dell’imprenditore si poteva far passare, stiracchiandola, per un finanziamento illecito; quanto al peculato, ce ne passa.

Altra incriminazione: l’utilizzo di personale e di pagamenti di beni e servizi di una cooperativa di studenti universitari per la campagna elettorale di Vignali. Qui occorre però rilevare che dalle indagini emerse che la stessa cooperativa aveva svolto gli stessi servizi anche per la campagna elettorale del 2008 di Ubaldi al Parlamento senza che però la procura avviasse nessun procedimento nei confronti di Ubaldi. Si potrebbe tranquillamente parlare di due pesi e due misure.

Un’altra accusa di peculato riguardò la collaborazione ad un funzionario della Presidenza del Consiglio dei Ministri, incaricato, dal Governo, di lavorare per facilitare i rapporti tra il Governo, il Comune di Parma e la Commissione europea al fine di agevolare l’insediamento a Parma dell’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare come previsto dall’accordo di sede siglato dal nostro Governo in sede europea. Il Funzionario riuscì con il suo lavoro ad ottenere tra l’altro l’approvazione da parte del Parlamento della legge istitutiva della Scuola europea oltre il finanziamento da parte del CIPE della prima trance di finanziamento per costruire la nuova scuola europea al Campus. Il funzionario ricevette l’incarico da una società del Comune dopo uno scambio epistolare formale tra il sindaco e la Presidenza del Consiglio dei Ministri (presso cui lavorava il funzionario) Per la cronaca il funzionario restituì il compenso, avuto dal Comune per il suo “distacco” temporaneo, perché già remunerato dal Governo! Commento: dov’è il peculato?

Altra accusa di peculato: aver sperperato soldi del Comune per farsi pubblicità, essendosi servito di impiegati che ne curavano l’immagine senza tener conto, da parte della procura, del confine labile tra l’immagine del Sindaco, quella del Comune e quella della stessa città che il Sindaco rappresenta. Tutti i politici, è noto, hanno nei loro uffici chi promuove la loro attività pubblica: sindaci, presidenti regionali, ministri, ecc. Li ha pure il successore di Vignali e pure li aveva il suo predecessore.

Mi fermo qui, se i più gravi capi di imputazione erano quelli descritti, immaginatevi gli altri. E questa era la procura di Parma retta dal dottor Gerardo Laguardia.

Rilevati questi gravi reati, lo sbocco non poteva che essere l’arresto, ma prima gli sequestrarono per la seconda volta la casa, sequestro che il Tribunale del Riesame e la Cassazione avevano già dichiarato illegittimo; per riaverla occorreva di nuovo ricorrere in Cassazione, ma i legali di Vignali non lo fecero, stavano già trattando col Pm il patteggiamento e la chiusura del caso!

Caduta l’accusa inesistente dei conti correnti intestati ad altri si diede ampia pubblicità ai citati reati per corruzione e peculato. Parolone apparse sulla stampa che hanno indignato i cittadini, ovviamente ignari della verità e del fatto che nessuno ha potuto dimostrare che Vignali avesse intascato una lira del Comune.
Occorre riportare un commento apparso sul giornale “il Fatto Quotidiano”, dopo la riabilitazione, scritto dal direttore Travaglio, un esempio di cosa può la superficialità e la disinformazione giornalistica: “Nel 2015 Vignali patteggiò due anni di carcere per peculato e corruzione, cioè per aver derubato il suo Comune, che s’impegnò a risarcire con mezzo milione di euro. Si vede che era innocente ma si credeva colpevole”. Chi lo lesse credette alla sua colpevolezza.

Leggendo il codice penale alla voce “peculato” (art. 314) il pubblico ufficiale deve essersi appropriato o deve aver distratto denaro (anche per altri) appartenente alla Pubblica Amministrazione. Questa ipotesi ricade nella descrizione degli efferati delitti su descritti? E per la voce “corruzione” (art. 319) l’imputato deve ricevere denaro per sé o altri facendo un atto contrario ai doveri d’ufficio (ripeto il delitto: essere stato ospitato dal rag. Rosi al mare in cambio della promessa, tutta da dimostrare, del permesso di un dehors in via Farini). Qui manca addirittura il corpo del reato perché il permesso a Rosi, come ad altri, fu rilasciato dal funzionario addetto del Comune, non dal sindaco. E poi mi chiedo: esiste a Parma, e anche altrove, un’anima candida che possa pensare che un sindaco si faccia corrompere per 1000 euro? Non credo; però in tribunale sì, perché oltre ai solerti magistrati della procura anche il Giudice per l’Udienza Preliminare lo credette e dispose la confisca al Vignali di 1000 euro! Se questo giudice avesse approfondito veramente tutta la vicenda avrebbe sorriso ed avrebbe applicato l’art. 129 c.p.p. dichiarando l’impunibilità dell’imputato. Ma ad attenuante del giudice v’è la richiesta degli avvocati di Vignali di patteggiare, richiesta incomprensibile perché nociva al loro cliente. Così Vignali, avendo di nuovo sequestrata (illegalmente) la casa, messa in vendita per procurarsi il denaro per sostenere il processo, fu consigliato dai suoi legali di cedere il bene al Comune (che gli aveva intentato un’azione di responsabilità, tutta da dimostrare) e chiudere la vicenda con un patteggiamento a due anni; due anni per gli pseudoreati su descritti! La cessione del bene però salvava la faccia alla procura tesa ad evitare, e si capisce perché, il relativo processo che avrebbe svelato l’inconsistenza delle accuse. Per completezza di informazione si ricorda che anche l’inchiesta “Green Money” del 2011, che riguardò vari funzionari comunali, si chiuse in sordina con generali patteggiamenti sollecitati dalla procura! Questo succedeva allora nel Tribunale e nella procura di Parma.
Per fortuna ora le cose sono cambiate, in particolare a capo della procura vi è un magistrato serio e capace; ma resta l’offesa morale e materiale ad un cittadino che, come sindaco, aveva servito la sua città con abnegazione e passione.

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