In altri paesi europei gli over-65 nel mercato sono aumentati molto negli ultimi anni e non per decreti e leggi particolari. Se aumentassero anche da noi ci sarebbero forse quelle professionalità in grado di coprire l’ormai cronica carenza di offerta e di domanda da parte delle aziende.

La buona notizia è che il numero degli occupati in Italia non è mai stato così alto. A gennaio di quest’anno era di ventitré milioni e trecentonovemila persone, un record. E da record è anche il tasso di occupazione: la percentuale di quanti lavorano tra i 15-64enni ha toccato il 60,8 per cento.

Il merito è soprattutto di quello femminile, che ha raggiunto il 51,9 per cento, dopo decenni sotto il cinquanta per cento, mentre quello maschile in realtà rimane ancora sotto i massimi del 2006-2008, quando era oltre il settanta per cento.

Non è un caso che parallelamente anche la percentuale di posti vacanti abbia toccato un massimo, il 2,3 per cento, esattamente il doppio di dieci anni fa. L’aumento, anzi, in questo caso è stato ancora più forte di quello che ha interessato l’occupazione.

Mancano lavoratori, sia in settori ad alta specializzazione che nel commercio e nella ristorazione. La ragione è in parte socio-demografica, lo sappiamo da tempo.

Negli ultimi dieci anni la percentuale degli occupati tra i 15-24enni è passata dal sedici per cento al venti per cento, tra i 25-34enni è cresciuta dal sessanta per cento al 66,3 per cento e tra i 35-49enni dal 71,5 per cento al 76,3 per cento. Eppure in valore assoluto i lavoratori di queste età o sono rimasti gli stessi o, nel caso dei quarantenni, sono addirittura diminuiti. Se poi il confronto è con il 2008 la diminuzione vi è stata per tutti, proprio a causa del calo delle nascite, che in Italia è cominciato da molti decenni.

I numeri lo dicono chiaramente: l’aumento dell’occupazione è stata dovuta un po’ ovunque all’enorme crescita dei lavoratori tra i cinquanta e i sessantaquattro anni. Negli ultimi quindici anni sono saliti di tre milioni e centoundicimila unità in Italia, solo in Germania l’incremento è stato maggiore, di quasi cinque milioni di persone.

Ed è chiaro come siano stati il nostro Paese e la Spagna, molto più di altri (per esempio la Francia), a subire le conseguenze del calo demografico, con il segno meno per un po’ tutte le classi di età sotto i quaranta anni, e, come si è già visto, addirittura sotto i quarantacinque nel caso italiano.

Quindi, che fare? Vi è da migliorare nettamente il sistema della formazione, certo, e fare in modo che cresca ancora di più la quota di under trenta che entra nel mondo del lavoro, visto che è ancora inferiore alla media dell’Unione europea. Lo sappiamo.

Vi è però un altro aspetto che forse è decisivo, soprattutto per il breve periodo. È quello che riguarda l’occupazione dei più anziani, quelli con più di sessantaquattro anni.

Si tratta di un segmento di età che, a differenza di quelli più giovani, è cresciuto moltissimo. E non a caso sono aumentati anche gli occupati, coloro che si sono trattenuti al lavoro anche oltre l’età pensionabile.

Ma in Italia meno che altrove, soprattutto se il confronto è con quanto accaduto ai colleghi appena più giovani, tra i cinquanta e i sessantaquattro anni.

Rispetto al 2008 la crescita degli occupati di quest’ultimo segmento di età è stata la più alta d’Europa, dopo quella che si è verificata in Lussemburgo. In valore assoluto sono stati superati anche gli incrementi francesi, in particolare grazie al grande numero di lavoratrici in più.

Se consideriamo i 65-74enni, invece, in tanti Paesi l’aumento è stato più deciso del nostro. In Francia, per esempio, dove i lavoratori così anziani si sono quadruplicati, in Germania, dove sono triplicati, e poi in Spagna, in Irlanda, in Repubblica Ceca, in Danimarca, a dispetto del fatto che l’invecchiamento della popolazione sia stato più profondo in Italia.

Beninteso, un grande incremento c’è stato anche nel nostro Paese, e in termini percentuali è stato vistoso, a causa dei numeri così bassi di partenza, ma non come altrove.

Se poi il paragone è con i numeri del 2019, appena prima della pandemia, il confronto è stridente. Rispetto ad allora anche la salita dell’occupazione dei 50-64enni ha subito un rallentamento (a causa di quota 100?), ma quella dei più anziani al contrario è proprio calata, soprattutto a causa della riduzione di donne over sessantaquattro nel mondo del lavoro. Il tutto a dispetto del fatto che nella società il loro numero ha proseguito a crescere.

In tre anni al contrario in Germania i lavoratori di questa età sono aumentati di più di duecentomila unità, in Francia di centocinquemila, in Spagna di più di centomila.
Dati Eurostat

Dopo l’odiatissima legge Fornero ora dovremmo costringere anche i settantenni a lavorare? Magari al posto dei giovani?

No, naturalmente no. In nessuno degli altri Paesi le leggi prevedono un pensionamento così tardivo, anzi, in Francia ci sono manifestazioni contro una riforma che prevede il passaggio dell’età del ritiro dai 62 ai 64 anni.

Vuol dire che la crescita del numero dei lavoratori con i capelli bianchi è avvenuta spontaneamente, per dinamiche solo in parte demografiche.

Il punto allora è: e se anche in Italia potesse accadere la stessa cosa? Se l’incremento dei 65-74enni al lavoro fosse stato come in Germania negli ultimi quindici anni oggi ci sarebbero circa centottantamila occupati in più. E centodiecimila in più se invece fosse stato come in Spagna.

Si tratta di Paesi che, è giusto ribadirlo, non hanno costretto nessun anziano over sessantaquattro a continuare a lavorare.

Se immaginiamo che a rimanere più facilmente nel mondo del lavoro siano coloro che hanno una professionalità da spendere, delle competenze, ecco che ci troveremmo di fronte a 110-180 mila persone molto utili in un mercato che ormai sembra soffrire più di carenza di offerta di lavoro che di domanda da parte delle aziende.

E proprio la presenza di tanti posti vacanti deve fare capire come non vi sarebbe il tema del “furto” di posti ai più giovani.

A meno di voler seguire il pensiero magico, quello di chi nonostante la crisi demografica non vorrebbe né sessantenni né stranieri al lavoro, sono anche queste le soluzioni “creative” a cui dover pensare oggi.

(Fonte: Linkiesta.it)

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