La crisi nello Stretto di Hormuz, culminata con il blocco del traffico navale iniziato a fine febbraio 2026, rappresenta un duro “stress test” per l’Italia, mettendo a nudo la fragilità energetica e logistica del Paese.
In quanto crocevia per il 20% del petrolio e il 30% del GNL mondiale, la paralisi di questo snodo ha innescato ripercussioni a catena su diversi settori dell’economia nazionale.
L’impatto più immediato si è registrato sui costi delle materie prime. In Italia, i prezzi internazionali delle commodity energetiche sono saliti di oltre il 40%. Il prezzo del gas in Europa è balzato dai 30 €/MWh di febbraio a picchi stimati tra i 45 e i 60 €/MWh.
Si stima che il rincaro dell’energia possa spingere l’inflazione italiana fino a un punto percentuale in più nel quarto trimestre del 2026, con proiezioni che ipotizzano un tasso complessivo del 4-5%.
L’Italia è particolarmente esposta a causa della sua elevata dipendenza dalle importazioni di GNL via mare, pagando un prezzo più alto rispetto ai partner europei che dispongono di nucleare o maggiori quote di rinnovabili.
Il blocco ha isolato il Mediterraneo dalle rotte orientali, costringendo le navi a circumnavigare l’Africa. Gli scali di Genova e Trieste subiscono forti pressioni. La deviazione delle rotte allunga i tempi di percorrenza di 10-15 giorni, rendendo i costi logistici insostenibili per molte aziende.
Oltre l’energia, la crisi colpisce settori chiave del Made in Italy:
- Agroalimentare e fertilizzanti: il blocco ostacola l’importazione di componenti essenziali come azoto, fosforo e potassio.
- Costruzioni e infrastrutture: l’aumento del costo del bitume (derivato del petrolio) e delle materie plastiche rischia di bloccare i cantieri delle grandi opere pubbliche.
- Farmaceutica: si segnalano criticità nella fornitura di principi attivi e materie prime provenienti da Cina e India, essenziali per la filiera farmaceutica italiana.
Data l’importanza strategica, l’Italia è considerata un attore chiave per lo sblocco della situazione grazie alle capacità tecniche della Marina Militare.
Gli esperti sottolineano la necessità per Roma di mantenere una postura marittima permanente nel “Mediterraneo allargato” per proteggere le proprie rotte vitali dai prossimi shock.







